Milano, l'altro lockdown

Milano (Giorno - Andrea Gianni), 6 luglio 2020

In cella fra isolamento e violenza

"Ho trascorso 29 anni in carcere ma non ho mai sofferto tanto come in questi quattro mesi: è stato un tuffo in un passato che vorrei lasciarmi alle spalle, ho avuto paura di perdere la serenità e l'equilibrio costruito con tanta fatica".
Antonio Tango, 57 anni, è uscito dal penitenziario di Bollate per 5 giorni di permesso premio dopo il lockdown che per i detenuti si è tradotto in "un inedito isolamento", senza visite, lavoro all'esterno e incontri con i volontari che scandiscono giornate senza fine; ha riabbracciato il figlio 13enne e nei prossimi giorni dovrebbe tornare a lavorare al Cimitero monumentale di Milano grazie a un progetto del Comune interrotto a causa dell'emergenza; Tango 13 anni fa ha imboccato un percorso per lasciarsi alle spalle un passato criminale che gli è costato una serie di condanne, l'ultima a 18 anni per rapine.
Come ha vissuto il periodo di lockdown?
"Da 6 anni ho la possibilità di uscire in regime di articolo 21 e negli ultimi 4 anni ho lavorato al Monumentale. Sono abituato a trascorrere le giornate fuori e, da un giorno all'altro, tutto questo è finito, ho sofferto tantissimo perché mi è sembrato di tornare indietro alle condizioni di 30 anni fa, però con la mentalità che ho adesso, è stato un richiamo alla mia bestialità, sentivo sgretolarsi la serenità interiore. Poi c'era l'incertezza, la paura di essere abbandonati".
Nelle carceri sono scoppiate anche rivolte e violenze...
"Questa situazione ha aumentato l'aggressività dei detenuti, ha fatto scoppiare la rabbia, per fortuna a Bollate la situazione è stata abbastanza tranquilla, grazie anche al comportamento della direttrice, che ha mantenuto un dialogo e ci ha tenuti informati giorno per giorno".
Ci sono stati contagi?
"Si è parlato di contagi, non so se si tratta solo di voci, ma l'aspetto peggiore non è stato tanto la paura del contagio quanto il senso di impotenza".
Come è iniziato il suo percorso di cambiamento?
"Quando sono entrato in carcere per l'ultima volta ho lasciato mio figlio di un anno e mezzo, il senso di colpa mi stava logorando, sono entrato nel 'Gruppo della trasgressione', fondato dallo psicologo Angelo Aparo, all'inizio solo con l'idea di ottenere benefici e tornare libero il prima possibile; piano piano, però, ho iniziato un percorso che mi ha portato a guardare gli scheletri nell'armadio, a perdere l'identità di criminale che avevo costruito per anni, mi sono sentito né carne né pesce; prima, quando andavo in giro, notavo solo banche e gioiellerie, adesso guardo le statue, perché lavorando al Monumentale mi sono appassionato".
Ha incontrato suo figlio?
"Ci siamo visti appena sono uscito in permesso, per quattro mesi ci siamo sentiti solo al telefono, è un bravo ragazzo, studia e frequenta l'oratorio: questa è la mia gioia più grande".
 

Aggiornato il: 06/07/2020