Vaccinare i detenuti rispetta la Costituzione

Roma (Repubblica - Liana Milella), 4 gennaio 2021

Ma politici e tecnici si dividono sui tempi

Dopo l'appello su Repubblica della senatrice a vita, Liliana Segre e del Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma e il sì del sottosegretario dem alla Giustizia, Andrea Giorgis si fa strada la convinzione che il 'mondo di dentro' delle carceri vada trattato proprio come 'il mondo di fuori'.
Vaccini per le carceri? Sì, al più presto, ma seguendo anche nelle prigioni la scala di priorità che esiste per tutti noi, non tutti, come vedremo, sono d'accordo, c'è anche chi insiste per vaccinare tutti i detenuti il prima possibile.
Ecco allora una carrellata di opinioni che parte dall'assunto posto da Mauro Palma: "Il carcere è un luogo rischioso di per sé, perché è chiuso e perché chi sta dentro ha dei vissuti difficili: è  necessaria una vaccinazione la più ampia possibile, partendo dalle categorie più fragili, gli anziani e i lungo degenti, e ovviamente controllando i nuovi ingressi".
Un sì pieno arriva da Mario Perantoni, il presidente grillino della commissione Giustizia della Camera che ragiona così: "La posizione di Giorgis è condivisibile e di buon senso, non ci devono essere discriminazioni né in un senso, né nell'altro, finora nelle carceri non ci sono state grosse criticità nei numeri e nella diffusione dei contagiati, non abbiamo avuto per fortuna situazioni esplosive, ma è giusto che la tensione si mantenga alta perché quello del carcere è un luogo estremamente sensibile dove non si può allentare la vigilanza, perché le conseguenze potrebbero diventare serie.
Hanno fatto bene Segre e Palma a mettere il tema sotto i riflettori, perché non ci devono essere discriminazioni al contrario, è assolutamente necessaria una gestione oculata e attenta, quindi, seguendo le indicazioni della scienza, il piano di vaccinazioni anche in carcere deve proseguire secondo le stesse priorità che ci sono all'esterno".
Gennaro Migliore, deputato di Italia viva ed ex sottosegretario alla Giustizia durante la gestione di Andrea Orlando, è convinto che la vaccinazione debba essere immediata e urgente, e dice: "Nelle carceri, con molti detenuti positivi, non c'è possibilità di isolarli dal resto della popolazione detenuta, nonché dagli operatori penitenziari, perciò i contagi aumentano notevolmente. Il carcere va considerato come una priorità per la salute collettiva".
I deputati di Azione, Enrico Costa e di +Europa, Riccardo Magi - autori assieme, alla Camera, di un ordine del giorno nella legge di bilancio sui vaccini in carceri - dicono che "nelle attuali condizioni di pandemia è urgente un maggiore ricorso alle misure alternative alla detenzione in carcere come ogni altra misura che consenta di ridurre il sovraffollamento degli Istituti penitenziari che persiste nonostante la diminuzione del numero di detenuti nell'ultimo anno"; quanto ai vaccini "l'inserimento di tutte le figure della comunità penitenziaria tra le categorie prioritarie per la somministrazione dovrebbe essere un passo naturale nel momento in cui lo stesso sottosegretario Giorgis fa riferimento alle concrete condizioni di vita e ai contesti di comunità nei quali risulti difficile predisporre misure di prevenzione, in carcere è semplicemente impossibile predisporre e rispettare misure di prevenzione efficaci".
Costa e Magi affermano che "un disimpegno sul fronte carcerario sarebbe l'ennesimo calcio ai principi costituzionali e ai doveri dello Stato"; quanto al Pd, secondo loro, "è inutile che reclami la riforma del sistema carceri, ma contemporaneamente con i suoi esponenti di governo resti nell'equivoco di fronte a un rischio sanitario, le formule ambigue di questi giorni, figlie di un giustizialismo strisciante, dimostrano ancora una volta che l'esecutivo si nasconde di fronte alle sue responsabilità e piega la tutela della salute a logiche politiche".
È preziosa l'opinione di Fabio Gianfilippi, magistrato di sorveglianza a Terni, dove c'è un carcere tra i più colpiti tra quelli italiani: "Ritengo fondamentale che i vaccini siano somministrati con particolare celerità a tutti quelli che abitano il mondo penitenziario: Polizia penitenziaria, operatori amministrativi e detenuti, perché soltanto un intervento globale è in grado di assicurare un risultato efficace in un contesto in cui è quasi impossibile garantire distanziamento sociale, sui tempi, posso solo dire che siano celeri, come anche auspicato in un recente documento dal Coordinamento nazionale magistrati di sorveglianza".
Ma è dai tecnici che arrivano consigli strategici sulla vaccinazione - ovviamente non solo quella in carcere - partendo da Nello Rossi, direttore della rivista online 'Questione giustizia' che pubblica una lunga riflessione tecnica sul 'D diritto di vaccinarsi - Criteri di priorità e ruolo del parlamento': "Mentre si discute sull'obbligatorietà o meno della vaccinazione anti-Covid restano senza adeguata risposta altri, più pressanti interrogativi: chi deciderà le priorità di accesso ai vaccini e con quali strumenti? Sono molte le ragioni che fanno ritenere necessario l'intervento del parlamento, e solo una legge - che non è affatto sinonimo di soluzione rigida - può legittimare scelte difficili e potenzialmente tragiche e stabilire la cornice e i criteri di coordinamento dell'azione delle diverse istituzioni coinvolte nell'attuazione delle vaccinazioni". Rossi scrive che "il decreto del ministro della Salute che - come previsto dalla recentissima legge finanziaria, adotterà il Piano strategico per le vaccinazioni - è un mero atto amministrativo insufficiente a disciplinare, con la trasparenza e il rigore necessari, l'ordine temporale delle vaccinazioni, determinando criteri chiari, precisi e cogenti, non derogabili ad libitum per effetto di iniziative estemporanee variamente motivate, come per esempio, l'utile esemplarità del gesto di vaccinarsi, o sotto la spinta di pressioni particolari".
Se ne deduce che anche le vaccinazioni in carcere dovranno rientrare in una legge che ne disciplini le regole.
Ma ecco, quanto alla assoluta necessità del vaccino, un parere importante, perché arriva da chi per anni è vissuto al vertice delle carceri, come Roberto Piscitello, ex direttore dei detenuti del Dap e oggi pubblico ministero a Marsala, che afferma che "come per i cittadini italiani liberi, i vaccini vanno fatti anche in carcere con le stesse priorità stabilite fuori, iniziando dagli ultra-ottantenni che non dovrebbero essere moltissimi e proseguendo con le categorie a rischio, il vaccino va certamente fatto subito a tutta la Polizia penitenziaria a contatto con i detenuti, perché la diffusione del virus in carcere sarebbe un fatto gravissimo anche per ragioni di ordine e sicurezza pubblica, oltre che per ragioni sanitarie, lo Stato che limita la libertà personale degli individui ha il dovere sacrosanto di tutelarne la salute, soprattutto nei confronti dei presunti innocenti che si trovano in custodia cautelare". Secondo Piscitello "lo Stato non può mettere un cittadino in carcere in custodia cautelare e poi esporlo al 'Covid-19', chi entra in carcere deve avere la certezza di non essere infetto prima di essere assegnato alle sezioni, e poi isolato dagli altri per evitare di prendere il Coronavirus, ed è ovvio che non deve essere la Polizia penitenziaria a fare da veicolo, quindi è necessario vaccinare subito tutti gli operatori penitenziari, cioè circa 30mila persone".
Ma vediamo qual è il parere del costituzionalista Marco Ruotolo, docente di diritto costituzionale all'Università Roma tre: "Condivido l'appello di Palma e Segre sulla priorità della vaccinazione delle persone detenute e di coloro che operano nelle strutture penitenziarie, a imporlo è il buon senso, considerate le caratteristiche dei luoghi di detenzione, dove più alto è il rischio del contagio, c'è pure da auspicare che alla campagna di vaccinazione segua un attento studio epidemiologico delle realtà penitenziarie, ovviamente queste considerazioni vanno estese alle altre situazioni di privazione della libertà personale, per esempio, agli ospiti dei centri per il rimpatrio dei migranti, e che sarebbe preferibile procedere alla vaccinazione di tutti, ma l'eventuale limitata disponibilità potrebbe giustificare un'erogazione inizialmente destinata alle persone già affette da altre patologie che le espongano a maggiori rischi dove contraggano il virus". Ruotolo insiste nel sottolineare che "alcuni provvedimenti adottati nel corso della pandemia hanno iniziato a produrre i loro effetti: al 31 dicembre 2019 i detenuti erano 60.769 (oggi sono 52.221), la più ampia applicazione della detenzione domiciliare negli ultimi diciotto mesi di pena e l'estensione delle licenze per i detenuti in regime di semi-libertà, nonché il minor ricorso alla custodia cautelare hanno prodotto queste conseguenze". Ruotolo li definisce "piccoli passi, non eclatanti, che contribuiscono a rendere la situazione meno incontrollabile". Proprio per questo "l'avvio della campagna di vaccinazione costituirebbe un ulteriore passo, forse decisivo, per un'ordinata gestione degli Istituti di pena nell'emergenza sanitaria".
Una voce più netta, contraria a seguire in carcere le regole progressive che vengono adottate nel mondo 'di fuori' è quella dell'avvocato Riccardo Polidoro, responsabile dell'Osservatorio carcere dell'Unione delle Camere penali che afferma: "Sorprende che si possa pensare che dentro le carceri valgano le stesse regole per stabilire le priorità nell'esecuzione dei vaccini, indicate per la popolazione libera, ancor di più se chi lo ha dichiarato ha responsabilità politiche, si sottovaluta la cronica emergenza che vivono gli Istituti penitenziari, il sovraffollamento, le carenze sanitarie e igieniche, l'obbligo di vivere gli uni accanto agli altri, detenuti, agenti di Polizia penitenziaria, amministrativi, educatori, medici e volontari; l'esigenza non più differibile di riprendere i colloqui in presenza con i familiari e i difensori, un mondo intero che ancora una volta viene ignorato, che non è chiuso in se stesso, ma ha continui contatti con l'esterno: si tratta di oltre centomila persone che vanno immediatamente protette perché quotidianamente a rischio personale e in quanto potenziali diffusori del virus".
È la stessa opinione dell'ex sottosegretario alla Giustizia, Franco Corleone che per anni è stato il Garante dei detenuti in Toscana e che polemizza con Andrea Giorgis: "Dimentica la lezione di don Milani: non si possono fare parti uguali tra persone con condizioni diverse, per anni, come Garante, mi sono sgolato a dire che il servizio sanitario in carcere doveva offrire di più e con tempi diversi, più celeri che per i cittadini liberi, per esempio, assicurare le protesi dentarie per favorire il reinserimento sociale, la ragione di fondo è poi quella per cui il corpo recluso è nella responsabilità dello Stato, quando il detenuto esce vi è la coincidenza del diritto individuale alla salute e l'esigenza di sanità pubblica e che sia davvero inaccettabile una scelta diversa tra gli ospiti delle Rsa e delle carceri: sono istituzioni totali e in carcere spazi e condizioni igieniche sono ben peggiori, sarebbe una discriminazione incomprensibile, le considerazioni dei Garanti sono convincenti, la 'Società della Ragione', onlus che si occupa di carcere e giustizia, ha lanciato una petizione che ha immediatamente raccolto 645 adesioni, credo che il Dap sia convinto dell'utilità di una tale scelta, è bene che il governo si mostri sensibile a garantire il diritto alla salute di chi da mesi è condannato all'isolamento assoluto e alla privazione non solo dei rapporti familiari ma anche delle attività trattamentali e dei colloqui con i volontari".
 

Aggiornato il: 04/01/2021