Scagionato dalle accuse di mafia

Roma (ildubbio - Giovanni M. Jacobazzi), 6 agosto 2020

Per il Tar lombardo il farmacista ha parentele "rischiose" 

L'odissea del titolare di una farmacia, fatto fuori dal sistema pubblico per "calabresità".
L'interdittiva Antimafia continua a far discutere, e ciò anche se tale provvedimento amministrativo, come noto emesso dal prefetto in assenza di un giudicato penale ma solo sulla base del "sospetto", sia stato recentemente dichiarato esente da profili di illegittimità costituzionale.
Con la sentenza 57 del 26 marzo 2020 la Consulta ha stabilito che l'interdittiva Antimafia "non vìola il principio costituzionale della libertà di iniziativa economica privata perché, pur comportandone un grave sacrificio, essendo giustificato dall'estrema pericolosità del fenomeno mafioso e dal rischio di una lesione della concorrenza e della stessa dignità e libertà umana".
Non è stato sufficiente, allora, al titolare di una farmacia essere assolto da tutte le imputazioni per poter riprendere la propria attività, l'ostacolo, al momento insormontabile, è rappresentato proprio dall'interdittiva Antimafia.
Un caso esemplare, questi i fatti: il dottore G.G. rileva agli inizi degli anni 2000 la farmacia di piazza Caiazzo a Milano (aperta nel lontano 1907, è una delle più antiche in città ed è rifornita di farmaci anche difficilmente reperibili altrove), inoltre per la sua vicinanza alla stazione centrale è un punto di riferimento per le numerose comunità straniere presenti.
A marzo del 2018 G.G. (originario della Provincia di Reggio Calabria, ma ormai da tanti anni residente a Milano), viene arrestato con l'accusa di essere legato alla criminalità organizzata), secondo la procura di Milano la farmacia subirebbe il condizionamento del boss calabrese, Giuseppe Strangio che avrebbe infiltrato proprio personale al suo interno e impiegato anche soldi provento dallo spaccio di stupefacenti.
G.G. è accusato di non avere le autorizzazioni necessarie e di truffare con i rimborsi il Servizio sanitario nazionale (Ssn); oltre al titolare, vengono arrestati tutti i dipendenti (in totale 11), la farmacia viene posta sotto sequestro e i magistrati nominano un curatore.
L'Asl, informata dell'indagine, revoca immediatamente tutti i permessi; le indagini vengono condotte con ampio utilizzo di intercettazioni telefoniche e ambientali.
A fine 2018 il gip scagiona Strangio dall'accusa di riciclaggio perché "il fatto non sussiste"; passa qualche mese e fa lo stesso anche per tutte le altre imputazioni.
La farmacia viene dissequestrata, nonostante il parere contrario del Nas dei Carabinieri di Milano che aveva condotto le indagini.
La prima sorpresa di G. G, rientrato in possesso della struttura, è che molti farmaci sono stati mal conservati e lasciati scadere con conseguente danno economico ingente, nonostante tutto, G.G. vuole ripartire.
Allora Strangio inizia a presentare una serie di istanze alla Prefettura di Milano affinché riveda l'interdittiva Antimafia, emessa subito dopo il suo arresto, alla luce dell'assoluzione; alle istanze, però, nessuno risponde.
G.G. decide di rivolgersi al Tribunale amministrativo regionale; la doccia fredda arriva nelle scorse settimane: "Le sopravvenute sentenze di assoluzione non sono idonee a modificare il quadro indiziario - scrivono i giudici amministrativi - perché, nonostante la decisione dei giudici in ambito processuale, il collegio del Tar ritiene, comunque, che il titolare sia legato da rapporti parentali a esponenti di spicco della criminalità calabrese e che, dunque, perduri il pericolo di condizionamento mafioso dell'attività della farmacia, l'esercizio del servizio farmaceutico esporrebbe a rischi concreti l'ordine pubblico rendendo recessive le pur rilevanti ragioni imprenditoriali".
Come se non bastasse, il Tar condanna G.G. anche al pagamento di 2.000 Euro di spese processuali; ad assistere G.G. è l'Associazione italiana vittime di malagiustizia (Aivm), i cui vertici hanno già dichiarato che presenteranno Appello contro la decisione del Tar.

Aggiornato il: 06/08/2020