San Vittore, quartiere della città

Milano (Avvenire - Lorenzo Rosoli), 4 luglio 2021

Parole e foto di spazi sconosciuti

Le immagini scattate da Margherita Lazzati, in dialogo con passi delle interviste raccolte tra quanti abitano lo storico Istituto di pena (dal 5 al 10 luglio 2021 in mostra all'Umanitaria).
"Il carcere, a Milano, è San Vittore: lo capisci solo quando ci metti i piedi dentro", parola di Giacinto Siciliano, direttore della Casa circondariale di piazza Filangieri, uno che in carcere ci è entrato non solo con i piedi ma con la testa, il cuore, la vita.
"Chi volesse comprendere cosa c'è dentro la realtà di San Vittore - continua Siciliano - ha ora ha un'occasione preziosa": la mostra "San Vittore quartiere della città", esposizione che mette in dialogo le fotografie scattate da Margherita Lazzati nei primi sei mesi del 2019 tra le mura dell'Istituto di pena, intitolato a Francesco Di Cataldo, con passi delle interviste coordinate da Laura Gaggini e raccolte tra quanti abitano, per lavoro o per passione civile e spirituale, il carcere di San Vittore.
Immagini e interviste: sono questi i due polmoni del progetto promosso dall'associazione 'Verso Itaca', che ha coinvolto un gruppo di biografi (formati alla Libera Università dell'Autobiografia), grazie a loro sono state raccolte più di 50 interviste.
"Il filo che tiene insieme il progetto è l'idea che il carcere sia un quartiere della città dove uomini e donne si sono trovati a vivere gli uni accanto agli altri per passione, per scelta, per errore o per imprevedibili circostanze della vita; l'obiettivo è quello di collocare questo quartiere ricco di umanità nel cuore della città esterna", spiega Carla Chiappini dell'associazione.
Nella mostra le interviste sono distribuite su quattro pannelli con 14 fotografie.
"A San Vittore - con l'autorizzazione del direttore Siciliano e il costante accompagnamento della vice direttrice Elisabetta Palù e di un ispettore - ho fotografato celle, gallerie, cortili, mura e orizzonti ristretti - racconta la Lazzati - al centro della città, luoghi che alla città sono sconosciuti, a differenza delle fotografie che ho presentato fino a oggi, qui non si vedono quasi mai persone, è una mostra che parla degli spazi fisici, obbligati, che le persone vivono: detenuti, poliziotti, operatori e volontari non compaiono, ma sono i veri protagonisti di questi luoghi".
Margherita Lazzati da dieci anni collabora come volontaria al 'Laboratorio di lettura e scrittura creativa di Opera': "Amo moltissimo fare i ritratti ed evitando ogni retorica, mi piace dare visibilità a chi non l'ha, come ho fatto nel 2015 fotografando gli homeless e le architetture dell'Expo; dal 2016 ho l'autorizzazione per fotografare a Opera, che però è una Casa di reclusione e lì ho ritratto sia le persone detenute, sia i volontari, mentre San Vittore che è una Casa circondariale è un luogo di passaggio, un porto di mare, dove sono rinchiuse persone in attesa di giudizio, che poi magari verranno assolte, e questo ti turba terribilmente; ecco, dunque, la scelta: niente volti, solo luoghi".
"Ho avuto piena libertà di fotografare ovunque, nessuna censura, il mio - chiarisce la fotografa - non è un reportage di denuncia: è un racconto, la denuncia e la presa di coscienza devono nascere da chi legge le testimonianze e vede le fotografie come quella della cella allestita per mamme che devono tenere con sé il loro bambino (questa mostra è stata esposta per la prima volta nel 2020 nel IV Raggio di San Vittore, quello utilizzato durante la guerra per gli ebrei e i detenuti politici: mai il IV Raggio aveva ospitato esposizioni).
"Attendo con trepidazione le reazioni di chi la visiterà - termina Margherita - temo che questo tempo di pandemia abbia reso la gente ancora più intollerante verso il mondo del carcere, verso un'umanità che durante l'emergenza Coronavirus ha conosciuto fatiche e sofferenze drammatiche: è questa umanità, con i suoi luoghi di vita, che voglio restituire alla città, come quartiere tra i quartieri, come persone tra le persone".

Aggiornato il: 05/07/2021