Per crescere insieme

Roma (Osservatore Romano - Marina Piccone), 21 aprile 2021

Le case famiglia protette a 10 anni dalla promulgazione della legge 62/2011

In Italia di case protette per detenute madri ce ne sono solo due una a Roma e l'altra a Milano.
La 'Casa di Leda' (una struttura confiscata alla mafia) si trova all'Eur, un quartiere esclusivo della capitale; la Casa ha avuto un inizio un po' travagliato perché i residenti non la volevano, quindi hanno protestato con lettere ai giornali, interventi nelle commissioni del Comune e nelle assemblee pubbliche del Municipio e perfino con un ricorso al Tar, una battaglia durata sei mesi, condotta con una paziente operazione di mediazione dal responsabile della struttura, Lillo Di Mauro che ha portato all'apertura delle porte nel marzo del 2017 (dopo la convenzione con il ministero della Giustizia nel 2015).
La Casa è gestita dalla cooperativa 'Cecilia in Ati', con le associazioni 'Pronto intervento disagio' e 'Ain Karim', ha sei stanze con bagno in cui abitano 6 donne e 10 bambini, da pochi mesi di vita a otto anni di età.
"Si tratta di donne autrici di reati minori: traffico di droga, scippi, furti in appartamento e prostituzione, commessi per accrescere il benessere economico della propria famiglia o perché costrette dalla propria cultura sociale - spiega Di Mauro - il nostro servizio consente al bambino di vivere in un ambiente fisico e psichico adeguato alla sua crescita, e alla madre di acquisire o di rafforzare la capacità di gestire una relazione equilibrata con il figlio".
Per cui, scolarizzazione, tirocini formativi e una sana alimentazione e - grazie a un bando del dipartimento delle Politiche della famiglia - l'Ati si è aggiudicata un finanziamento che le consente di intraprendere la seconda fase del progetto educativo: il raggiungimento di un'autonomia reale della donna dopo l'uscita dalla Casa, intervenendo sia sul territorio di provenienza, sia sui componenti della famiglia di origine.
Il sostegno economico è la nota dolente di queste strutture per le quali la legge non ha previsto alcuna copertura finanziaria. "Per due anni abbiamo avuto un contributo da Poste italiane, ora ne abbiamo uno della Regione attraverso l'Ipab 'Asilo Savoia', le utenze le paga il Comune ma andiamo avanti con fatica - continua Di Mauro - questa struttura ha spese ingenti ed è necessario creare una rete di solidarietà nel quartiere per continuare a sopravvivere".
La fatica, però, viene ripagata dalle gratificazioni: nell'ultimo periodo sono nati tre bambini. "È stato un Natale molto gioioso - sorride Di Mauro - ci sono i riscontri del lavoro svolto dagli operatori, tra cui due psico-terapeute e quattro educatori professionali: una donna ha fatto un percorso straordinario, di etnia Rom, veniva picchiata dal marito, così, il tribunale le ha concesso di espiare la pena nella Casa, ha due bambine bellissime e ora lavora come addetta alle pulizie nell'ospedale sant'Eugenio e tra poco uscirà, un po' ci dispiace ma continueremo a seguirla".
La Casa protetta di Milano, invece, è gestita dall'associazione 'Ciao', è situata all'interno della parrocchia santi Quattro evangelisti (in zona Ripamonti, a sud della città), la convenzione con il Prap e il Comune di Milano è del 2016 ma già dal 2010 la Casa ha cominciato a ospitare le prime mamme; attualmente ci sono cinque donne e cinque bambini, dai 4 ai 10 anni, sono per lo più straniere (vengono da Perú, Santo Domingo, Marocco, Romania, Filippine, Lituania e Nigeria).
"Una buona fetta di mondo - commenta il direttore, Andrea Tollis - hanno storie molto difficili alle spalle, sono autrici di reati ma anche vittime di violenza, alcune sono totalmente analfabete, hanno una fragilità enorme ma una capacità straordinaria di resistere alle avversità".
Il personale è composto da specialisti, come criminologi, psico-terapeuti e psicologi, oltre che da educatori professionali. "Con le ospiti costruiamo un progetto che mira al loro reinserimento nella società - dichiara Tollis - le aiutiamo a prendere coscienza di se stesse: non è facile, pensiamo a quelle di etnia Rom, che maturano la convinzione di non poter più rientrare nel loro ambiente ma per loro staccarsi è difficile, certo la cura dei figli è importante, ha qualcosa di terapeutico che le aiuta a responsabilizzarsi e a rispettare gli orari: è uno strumento forte per guardare avanti".
La Casa milanese dispone di tre appartamenti in ognuno dei quali vivono due mamme con i propri figli, oltre a gestire autonomamente il loro appartamento, le ospiti sono coinvolte nella manutenzione ordinaria dell'intera Casa. "Ci tengono a che sia tenuta bene, la considerano il loro nido, e sono loro stesse a sollecitare gli interventi anche perché qui passano un periodo lungo: una media di un anno e mezzo", spiega Tollis.
Sul territorio, l'associazione dispone di altri appartamenti, dove le donne sono accompagnate nel percorso di autonomia. "È fondamentale che fuori ci sia una comunità che accoglie e non discrimina, le signore vanno a fare la spesa al supermercato o a prendere un caffè al bar e tutti sanno chi sono, ora faremo laboratori aperti alla cittadinanza per abbattere le barriere culturali, accogliamo lavoratori di pubblica utilità, volontari, tirocinanti, studenti e persone in messa alla prova".
Si creano forti legami di affetto, soprattutto con i bambini. "Li vedi crescere e vederli andar via, alla fine del percorso - continua Tollis - non è facile, le figure maschili sono poche e così succede che si attacchino molto a me che sono l'unico uomo: hanno bisogno della figura paterna , quando è possibile, il magistrato dispone l'incontro con il padre detenuto nella Casa invece che in carcere".
Anche i due figli di Andrea Tollis e della moglie, Elisabetta Fontana partecipano alla vita comunitaria e fanno amicizia con i bambini della Casa; il più piccolo aveva legato con un bimbo peruviano ma quando il ragazzino è tornato nel suo Paese gli ha scritto un biglietto: "Mi mancherai tanto".
La struttura di Milano, come quella di Roma, va avanti grazie all'impegno dell'associazione che la gestisce, sempre alla ricerca di fondi da parte di fondazioni o di contributi statali; ora le cose dovrebbero cambiare perché l'ultima legge di Bilancio ha istituito un fondo di 1,5 milioni di euro per ciascuno degli anni del triennio 2021-2023 da destinare alle case famiglia protette: questo consentirebbe di far uscire dal carcere tutti i bambini detenuti e di consentire loro la crescita in un luogo dove non ci sono né sbarre né lucchetti.

Aggiornato il: 22/04/2021