La detenzione amministrativa in Italia

Milano (orizzonti politici - Gaia Pelosi e Pierfrancesco Albanese), 20 luglio 2021

L'involucro vuoto dei Cpr per i migranti

In Italia accade ciclicamente che i Centri di permanenza per i rimpatri salgano alla ribalta delle cronache, spesso per episodi controversi e, altrettanto sovente per tragedie, annunciate, si dice dopo. Come nel caso di Moussa Balde, 23enne originario della Guinea, giunto in Italia nel 2016 dopo la traversata dalla Libia, accusato di un furto, chiuso nel Cpr di Torino (per un permesso di soggiorno scaduto e di un decreto di espulsione) e messo in isolamento; dirà al suo legale di non riuscire a stare rinchiuso, due giorni dopo si suicida.
Per le statistiche, sarà il sesto detenuto morto dal giugno 2019 al dicembre 2020: lo evidenzia il Garante nazionale dei diritti dei detenuti, Mauro Palma. "Mai un numero così elevato - scrive Palma -tanto che appare difficile non considerare tali serie di eventi infausti come il sintomo di realtà detentive gravemente e fisiologicamente problematiche non sempre in grado di proteggere la sicurezza e la vita delle persone".
Le strutture di trattenimento per stranieri irregolari vengono create nel 1998 con la legge Turco-Napolitano, nel tempo questi centri hanno cambiato assetto e denominazione: nel 1998 come Centri di permanenza temporanea e assistenza (Cpta), successivamente in Centri di identificazione ed espulsione (Cie) e nel 2017 in Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr).
Ma in cosa consistono concretamente? Quando un cittadino straniero è destinatario di un provvedimento di espulsione o di respingimento che, per ragioni attinenti alle politiche migratorie non è possibile mettere in pratica immediatamente, il questore dispone il trattenimento dell'immigrato presso un Cpr; a seguito del decreto-legge 130/2020 (il cosiddetto 'decreto Lamorgese'), il tempo massimo di trattenimento in queste strutture passa da 180 a 90 giorni, durante i quali viene limitata la libertà personale del soggetto irregolare (condotta consentita dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo e nei modi previsti dalla legge).
Ma perché un immigrato viene trattenuto? La detenzione non riflette l'esecuzione di una sanzione penale, il trattenimento nei Cpr è semplicemente legittimato da illeciti di tipo amministrativo, e questa limitazione della libertà personale dovrebbe essere - in virtù della legislazione relativa agli stranieri - una modalità residuale a cui ricorrere in extrema ratio.
Esiste un'alternativa che non prevede misure detentive, però i requisiti di affidabilità che lo straniero deve possedere sono spesso difficili da ottenere, perché deve essere in possesso del passaporto e di un domicilio in cui essere rintracciato. Questo porta la detenzione amministrativa - in attesa dell'espulsione - a essere la misura più ricorrente, nonostante, dati alla mano, si siaa dimostrata spesso inefficiente (nel 2019 meno del 50 per cento dei detenuti nei Cpr era stato rimpatriato, di questi 515 sono stati rilasciati perché non identificati, e quindi inseriti nel circuito della clandestinità).
Con l'avvento della pandemia, poi, e la chiusura delle frontiere ha fatto il resto: "Perché - hanno domandato associazioni e interessati - detenere i migranti in vista di un rimpatrio che non potrà essere effettuato?".
Oltre ala limitazione della libertà personale, a fronte di un illecito amministrativo, emergono anche le problematiche corollarie di un sistema para-carcerario spesso sprovvisto delle garanzie concesse normalmente a un detenuto. Lo scrive il Garante nazionale, sottolineando come "l'assenza di una rigida regolamentazione legislativa, nel dilatare i margini di informalità, estenda anche i rischi per la vita dei detenuti, già compromessa dalla fisionomia dei centri".
Tra le annotazioni critiche vi rientrano, infatti, la configurazione degli spazi (spesso angusti e promiscui, privi di arredi e con varie carenze), dall'assenza di privacy - per la mancanza delle porte nei bagni - ai guasti del sistema di riscaldamento; dall'assenza di una regolamentazione sull'uso della forza degli agenti alla tutela della salute dei detenuti; dall'approccio securitario alla vita forzatamente oziosa (senza attività ricreative, gravata dal sequestro degli apparecchi telefonici (nel 2007 aveva portato la commissione De Mistura a parlare di "una tensione in grado di creare un circuito negativo che si autoalimenta), fino al nodo problematico che tiene insieme molte delle criticità evidenziate: la gestione delle strutture affidate ai privati, con inadeguatezze che acuiscono la dimensione di marginalità sociale attribuita alla detenzione amministrativa.
Palma nel Rapporto 2019 consegnato al parlamento aveva fatto presente che "l'affidamento ai privati di compiti di gestione dei Cpr non esonera lo Stato dalle sue responsabilità, che non sono in alcun modo diluite dalla circostanza del non avere la gestione diretta di tali centri".
Ma i Cpr finiscono spesso per avvitarsi su se stessi, anche grazie a un meccanismo che li rende difficilmente accessibili fin dal lontano 2004 quando - a seguito di alcune denunce che porteranno alla chiusura del Cpt di San Foca - il ministro Pisanu vara una circolare con cui impedisce ai terzi l'accesso ai Cpt: "Per una questione di privacy, è meglio che queste persone non siano disturbate, dopo viaggi così lunghi e faticosi, tanto più dai giornalisti, scriverà.
Quando si riesce ad attraversare la frattura tra l'esterno e i Cpr, i racconti che trapelano descrivono realtà molto lontane da un modello di convivenza sano da Sud (al San Foca di Lecce) a Nord (al Cpr di Milano), dove i senatori Gregorio De Falco e Simona Nocerino riescono a entrare in via Corelli racconteranno di atti di auto-lesionismo davanti ai loro occhi, dell'ingresso dell'ambulanza per due volte in sole tre ore, per soccorrere casi gravi: "Noi - dirà De Falco - critichiamo l'Egitto quando reitera la detenzione a Zaki, mentre qui facciamo lo stesso in tutti i Cpr italiani".

Aggiornato il: 20/07/2021