La Consulta boccia l'ergastolo duro per i boss

Roma (La Stampa - Francesco Grignetti), 24 ottobre 2019

Incostituzionale negare permessi ai mafiosi che non collaborano

È la sentenza che chiude un'epoca nella legislazione anti-mafia: la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale l'articolo 4-bis dell'ordinamento penitenziario.
Il senso è chiaro agli addetti ai lavori, finisce per incostituzionalità il cosiddetto "ergastolo ostativo", chiamato così perché era di insormontabile ostacolo ai benefici carcerari.
Ringraziano gli ergastolani destinati finora a morire in carcere, quelli che gli avvocati chiamano "sepolti vivi", ed entra in allerta rosso lo Stato. Il ministro Alfonso Bonafede ha già mobilitato gli uffici perché la "questione ha la massima priorità".
E' una realtà poco conosciuta, quella dell'ergastolo ostativo, che interessa circa 1.250 ergastolani (in genere condannati per mafia) su 1.790 che in Italia sono stati condannati all'ergastolo. Già, perché in Italia gli ergastoli sono di due tipi: ce n'è uno normale che lascia qualche speranza di uscire di cella, scontati almeno 30 anni di detenzione e dimostrata la rottura con la vita precedente; e ce n'è un altro definitivo, il cosiddetto "fine pena mai", che terrorizza i mafiosi. Funziona così dal 1992 sull'onda dell'emozione per l'omicidio di Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta, lo Stato inasprì fortissimamente le norme sull'ergastolo; fu deciso che per alcuni reati di grave allarme sociale la cella doveva restare chiusa a vita; allo stesso tempo fu stabilito che si poteva derogare soltanto se il mafioso o il terrorista avessero collaborato con lo Stato.
Di qui il dilemma: o si diventava pentiti o era carcere a vita; carcere peraltro reso durissimo da un altro articolo dell'ordinamento penitenziario, il 41-bis che impedisce i contatti del detenuto con l'esterno.
Ecco, la Corte costituzionale, facendo il paio con una decisione della settimana scorsa della Corte europea dei diritti dell'uomo, ha stabilito che quel dilemma è incostituzionale. In futuro ogni ergastolano, mafioso compreso, potrà rivolgersi al giudice di sorveglianza per chiedere i benefici carcerari (che possono essere i permessi-premio, o la semi-libertà, o la possibilità di lavoro esterno) in quanto l'automatica chiusura dell'articolo 4-bis contrasta con il principio costituzionale che "le pene devono tendere alla rieducazione".
Ventisette anni dopo quel fatale 1992 la Corte costituzionale dice che la collaborazione non può essere il requisito unico per valutare un mafioso all'ergastolo; ma ci sono altri requisiti: se si può escludere la partecipazione all'associazione criminale, o che non ci siano più collegamenti con la criminalità organizzata. Ovviamente, il condannato deve avere dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo.
"La presunzione di pericolosità sociale del detenuto non collaborante - scrive la Corte - non è più assoluta, ma diventa relativa; può essere superata dal magistrato di sorveglianza, la cui valutazione, caso per caso, deve basarsi sulle relazioni del carcere, nonché sulle informazioni di varie autorità".
E' palpabile a questo punto l'imbarazzo della politica e l'allarme della magistratura. "E un varco potenzialmente pericoloso", avverte il pm anti-mafia, Nino Di Matteo, ora al Csm. "La mafia si può riorganizzare", gli fa eco Sebastiano Ardita, altro pm anti-mafia, sempre al Csm. Cauto il commento di Nicola Zingaretti: "Una sentenza un po' stravagante, non mi sento in sintonia". Matteo Salvini, invece, urla allo scandalo: "Mi sale la pressione, ma che testa hanno questi giudici? Vedremo se è possibile ricorrere perché è una sentenza che grida vendetta: o proviamo a cambiare la sentenza oppure la Costituzione, se è questa l'interpretazione che ne viene data".


 

Aggiornato il: 07/04/2020