La bellezza del carcere?

Roma (Riformista - Domenico Alessandro De Rossi), 10 aprile 2021

Ma per favore...

Sono stati annunciati i vincitori del concorso di idee 'San Vittore, spazio alla bellezza', promosso da Triennale di Milano e dalla Casa circondariale di San Vittore.
La Commissione, presieduta da Stefano Boeri, ha esaminato le 29 candidature pervenute e ha individuato sei gruppi di vincitori: ai raggruppamenti verranno assegnati i casi di studio oltre all'organizzazione di sopralluoghi e di rilievi presso il carcere.
Nelle intenzioni i gruppi saranno chiamati a risolvere il caso progettuale, in linea con le indicazioni programmatiche, fornendo un modello replicabile in altri contesti: tra utopia e distopia, questo è quanto avviene in Italia oggi, a fronte della grave crisi che coinvolge il mondo dell'esecuzione penale in tutte le sue drammatiche realtà umane, organizzative, amministrative e tecnico-economiche.
Praticamente due universi separati: da un lato la dura concretezza di drammi che si dibattono da anni senza aver trovato una logica istitutiva concernente l'esecuzione penale. Realtà complessa, mai risolta che necessita molto più a monte di soluzioni politiche e amministrative. Dall'altro lato, la tenera auto illusione di risolvere il gigantesco caso-carceri italiano attraverso un concorso di architettura che inventi l'ennesimo ossimoro dello spazio-alla-bellezza-in-galera.
Non che chi scrive sia contrario all'uso terapeutico dell'estetica, magari anche nelle carceri, anzi, stupisce la distanza siderale come una certa professionalità e talune istituzioni siano così lontane dalla realtà, tanto da proporre a giovani architetti a cimentarsi con un progetto per il carcere.
Professionisti, molti dei quali probabilmente non avranno visitato prigioni o che non avranno parlato con i detenuti, guardato negli occhi i poliziotti, interloquito con gli educatori o con coloro che amministrano tale istituzione.
Con superficialità l'equivoco del metodo suppone di risolvere il vasto problema dell'esecuzione penale chiamando progettisti ad affrontare tematiche serissime proponendo nel motto concorsuale lo "spazio alla bellezza"; poco importa se alcun delle soluzioni ricordano decisioni fatte da governi felloni che in tempo di guerra invece di occuparsi di strategie militari e di armamenti preferirono cambiare il colore delle uniformi e dei pennacchi ai cappelli dei soldati.
Il paradossale esempio rimanda alla stagione che stiamo vivendo con il 'Covid-19', dove un qualcuno si è preoccupato di costruire costosi padiglioni per inoculare vaccini firmando l'idea con una 'primula': logo accattivante e sereno, accompagnato dal retorico motto per sconfiggere il male: "l'Italia rinasce con un fiore".
Quindi, in Italia, oggi, il problema carcerario si decifra così: un concorso dove il dramma si doma con l'estetica, diventando commedia; male non sarebbe rilanciare, invece, con maggiore serietà una riflessione globale, sistemica, multi-disciplinare intorno alla esecuzione penale.
Anche l'architettura potrebbe essere di ausilio, ma solo molto dopo aver chiarito a tutti cosa sia l'esecuzione penale, quale sia il suo ruolo e il suo vero compito, dove cominci e si evolva l'aspetto riabilitativo e comportamentale per contrastare la recidiva.
Il Centro europeo studi penitenziari opera da tempo su metodologie sistemiche, mettendo insieme intelligenze ed esperienze multi-professionali per offrire una risposta articolata alla più difficile tra le domande della società contemporanea: cosa possa essere l'esecuzione penale per i prossimi trent'anni, invece di pensare di risolvere il problema con l'ossimoro progettuale del "carcere più bello".
Dalle parole del ministro della Giustizia, Marta Cartabia possiamo coltivare una discreta speranza; noi lavoriamo in tal senso, poi verranno gli architetti.

Aggiornato il: 12/04/2021