Jonathan, da San Vittore alla Bocconi

Milano (Corriere della Sera - Elisabetta Andreis), 19 gennaio 2022

"A salvarmi sono stati i libri"

Gratosoglio, marzo 2014 "era il giorno del mio diciottesimo compleanno - confessa Joanathan - aspettavamo mio fratello sulle scalinate della gelateria per andare a ballare, non arrivava, saliamo in auto, passiamo davanti a casa, sapevo che teneva la droga dei suoi traffici nascosta nel box e infatti c'era la Polizia, abbiamo capito subito: il carcere era un conto da pagare, ma la stretta al cuore me la ricordo ancora".
Pochi mesi dopo hanno fermato anche lui, aveva la cocaina dentro la macchina, la condanna a dodici anni di carcere per traffico di droga, poi ridotti per merito a sette (con encomio dal direttore del penitenziario), Jonathan se l'è lasciata alle spalle in tempo record.
Oggi, a 26 anni, si è laureato a pieni voti alla Bocconi, cittadino con la volontà forte di impegnarsi per gli altri, educatore tra i ragazzi, brillante lavoratore e conteso fidanzato, innamoratissimo.
In questi giorni legge i giornali con i fatti di cronaca - le risse tra bande armate, le aggressioni tra ragazzi nelle città di mezza Italia - si guarda indietro e cerca di ricordare cosa girava per la testa a lui, in quegli anni: "In quartiere c'erano quelli appena più grandi, le leggende, potenti e arricchiti con lo spaccio".
Jonathan è andato dietro a quel modello in un gioco al rialzo che non ha più saputo fermare, traffici di cocaina per comprarsi auto da centomila euro, giocate al casinò quando ancora era minorenne, serate di spese folli per bere e per farsi vedere, "Avevo i soldi in cima ai miei desideri - dice provando a capire se stesso e tutti i ragazzi che oggi fanno come lui - amavo entrare nei locali dove tutti mi salutavano deferenti, compravo casse di vodka pregiata, mi sentivo potente, viaggiavo per l'Europa e vivevo nell'adrenalina".
"Provocavo stando in difesa e mi sentivo sempre sotto attacco - continua - si specchiava nello sguardo degli altri perché non sapeva chi era e chi voleva diventare, infrangevo ogni limite e non accettavo critiche ma in profondità aspettavo un adulto che fosse capace di fermarmi".
La notte entrava in casa e si intristiva, trovava due genitori stanchi, arrabbiati e delusi; origini egiziane, persone in gamba che si facevano in quattro per tenere insieme tutto, papà ingegnere, mamma psicologa, tra mille fatiche gestivano a Milano un ristorante (chissà se Jonathan ha scelto Economia anche pensando a loro), l'intelligenza brilla negli occhi rappacificati, un mezzo sorriso spunta quando gli si dice "complimenti".
A diciotto anni Jonathan entra a San Vittore, si iscrive a scuola giusto per prendere il diploma ma non si impegna, ha l'unico pensiero di voler uscire e tuttavia il tempo in carcere acquista un senso solo se lo si impiega come opportunità: questo lo capisce presto, impara a cucinare, fa volontariato e va spesso in biblioteca, si guarda intorno, lega con alcune volontarie che organizzano approfondimenti su varie materie, decide di leggere il primo libro, poi il secondo, il terzo; prende il diploma e vince una borsa di studio per la Bocconi, macina un 30 dopo l'altro, ma soprattutto aiuta i compagni che si convincono di voler studiare ma hanno meno strumenti di lui, li segue fino agli esami.
"Quando in cella l'amico Pietro ha saputo della sua condanna a 30 anni, il reparto si è raggelato, un silenzio assoluto e io ho cominciato a piangere".
Il film "Ariaferma" di Leonardo di Costanzo racconta il mondo del carcere e alcuni legami che si creano all'interno, Jonathan li ha vissuti e restano nel suo bagaglio, ruoli e umanità che si mescolano tra attese e speranze, spazi chiusi e tempi dilatati; ora, libero, sorride tra le persone e in mezzo ai libri che "mi hanno salvato la vita", ma la verità è che se l'è salvata da solo, e che l'ha salvata anche ad altri.

Aggiornato il: 20/01/2022