Il progetto della sartoria di San Vittore

Milano (linkiesta - Denise Frigerio), 25 dicembre 2021

Per la riqualificazione professionale delle detenute

Le detenute della Casa circondariale di Milano e la cooperativa sociale 'Alice' insegnano l'opportunità etica del lavoro con un progetto che dà nuovo significato al fashion e al design, senza prescindere dal fatturato; dietro a ogni oggetto c'è un essere umano, anzi "Behind every object, therès a human", perché la moda parla un linguaggio internazionale e l'etica pure.
È così che inizia il racconto che lega a doppio filo 'Sartoria San Vittore' e la cooperativa sociale 'Alice': un progetto finalizzato a costruire una società inclusiva per restituire centralità alla persona e sostenere lo sviluppo attraverso l'artigianalità del Made in Italy e le filiere etiche, riqualificando a livello professionale le detenute delle carceri di San Vittore, Bollate e Monza.
Ma chi si immagina una realtà di borsine di canapa e di gadget low cost si sbaglia di grosso, la sartoria è un'impresa a tutti gli effetti, che parla un linguaggio sostenibile ed è certificata Fair Trade, che ne garantisce la filiera etica; ha quattro laboratori: due di sartoria all'interno delle carceri di San Vittore e Bollate, uno esterno in via Barilli a Milano e uno di pelletteria a Monza, che producono per conto terzi manufatti per aziende del calibro di Porro, Cappellini, Chloè, Alberta e Marrionnaud.
'Alice', attiva dal 1992 ha aiutato più di 750 donne emarginate a raggiungere l'indipendenza economica donando loro una nuova opportunità attraverso il lavoro; con all'attivo più di 11.230 ore di formazione e un dato molto interessante: è dimostrato come l'efficacia dello strumento lavoro abbassi la recidiva fino al 18 per cento.
"Delle 750 donne che sono passate di qui nel corso degli anni, solo 3 sono tornate in carcere, le altre si sono reinventate, alcune hanno addirittura aperto un proprio laboratorio; siamo una realtà lavorativa a tutti gli effetti - spiega Caterina Micolano, presidente della cooperativa - attualmente siamo in 13 e stiamo formando altre 7 persone che saranno operative dal prossimo anno, chi lavora qui è regolarmente assunto, ha i contributi, la malattia, le ferie e ha diritto alla cassa integrazione".
L'approccio nuovo di 'Sartoria San Vittore' è avere una mission e compierla con concretezza, una sorta di 'Business is business', ma che non perde di vista il contorno sociale; a chi storce il naso al connubio moda-etica, la Micolano risponde che "la moda è un potentissimo linguaggio non scritto e ci permette di dare un messaggio: la moda è tutt'altro che vuota, siamo noi a riempirla di significato, e il binomio moda-speculazione ed etica non funziona, bisogna andare al di là dei soliti cliché e fare meno green washing, da entrambe le parti".
La cooperativa compirà 30 anni nel 2022 e in questo trentennio ha dovuto cambiare radicalmente il proprio approccio, come radicalmente è cambiata la società, il quadro culturale ed economico: "Occorre essere più impresa - continua la Micolano - conquistare il mercato con un prodotto che non faccia rinunciare alla qualità finale in nome della sostenibilità, e possiamo farlo solo con i fatti, lavorando sul prodotto e sulle persone, perché abbiamo davanti delle persone con normali capacità lavorative, ma che spesso provengono da culture lavorative diverse (il 67 per cento delle detenute ha origini straniere); noi facciamo in modo che si rendano consapevoli di essere capaci di creare qualcosa, spostando l'attenzione dal reato commesso a un nuovo modo di essere: all'interno del laboratorio ci sono persone che hanno estinto la loro pena 15 anni fa e altre che che la stanno ancora scontando, ma questo non è il tema: non è cosa hai fatto, ma cosa vuoi fare".
Da 'Sartoria San Vittore' l'oggetto è sì un prodotto, ma anche un mezzo di comunicazione "e il nostro modo di essere impresa è generare una società più inclusiva, dare significato al Made in Italy - continua la presidente - in questi giorni stiamo realizzando un pupazzo per Cappellini, su disegno di Elena Salmistraro: mi piace pensare che quell'oggetto finirà su un divano e diventerà un topic di conversazione, e che il fatto che sia stato cucito dalla sartoria del carcere dia un valore aggiunto e che alimenti il cambiamento - sottolinea la presidente di Alice - il nostro è un lavoro vero, che produce fatturato, che dona opportunità lavorative, le aziende con cui ci interfacciamo cominciano a chiederci i nominativi delle nostre ragazze da inserire nei loro laboratori interni e questa è la conquista più grande: il riconoscimento del valore della persona e di quello che sa fare".
La selezione avviene in primis all'interno del carcere, e la scelta di solito ricade su detenute con una pena di almeno 4/5 anni per permettere un'adeguata formazione e l'inserimento nel mondo del lavoro; a una prima selezione seguono dei colloqui da parte della cooperativa e viene testata anche la propensione allo studio e alla manualità: "E' un lavoro duro, si deve imparare non solo un mestiere, ma a stare seduti al banco, a essere puntali, seri, capaci, noi non vogliamo insegnare a fare oggetti di basso costo, insegniamo il Made in Italy con le aspettative che questo comporta, ma anche con le enormi possibilità che regala alle detenute e alle altre associazioni con cui facciamo rete, come è successo con la sartoria 'Fiori all'occhiello' di Baranzate o con l'atelier 'Le nespole' di Quarto Oggiaro; il terzo settore - termina la presidente Micolano - deve crescere su attività di questo tipo e deve farlo con un modello economico possibile, la formula per conto terzi ci consente di avere rischi minori, di investire il ricavato nella formazione e nel supporto alle detenute, con l'obiettivo di vivere di ciò che facciamo, insomma dal bilancio non si prescinde".
E anche questa è etica.

Aggiornato il: 28/12/2021