Il Covid è una punizione di Allah

Milano (Corriere della Sera - Cesare Giuzzi), 10 marzo 2021

Così il reclutatore di terroristi in carcere

Tunisino intercettato in cella: cercava detenuti da mandare in Siria e in Libia con l'Isis.
Un anno fa, mentre la pandemia iniziava a flagellare la Lombardia e le immagini con i mezzi dell'Esercito carichi di bare a Bergamo facevano il giro del mondo, Saber Hmidi, tunisino di 37 anni, gioiva dal carcere di Opera durante le telefonate al padre Monji e al fratello Achraf, perché "il Coronavirus era una punizione di Allah agli italiani per i torti inflitti ai Musulmani".
Hmidi era rinchiuso a Opera per scontare una condanna a 4 anni e 6 mesi per proselitismo, dopo che nel 2014 a Roma, gli investigatori gli avevano trovato una bandiera del gruppo terroristico tunisino 'Ansar al-Shari'a (legato a Isis e al Qaeda), con immagini di guerra, opuscoli sul funzionamento del mitra 'Ak47' e su come creare e potenziare ordigni esplosivi.
Hmidi sapeva di essere un osservato speciale, e nei colloqui con la moglie (italiana) lo ripeteva di continuo, eppure non aveva mai smesso di cercare nuovi adepti, come un giovane detenuto per reati comuni, tunisino, e dalla personalità "debole e manipolabile" - come ricostruisce il gip, Anna Magelli nelle dodici pagine della misura cautelare per proselitismo, danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale - e per aver tentato una rivolta in carcere e aggredito due agenti della Polizia penitenziaria.
Il 37enne lo aggancia durante l'ora d'aria e lo invita a pregare "cinque volte al giorno", gli dice di uccidere gli infedeli (i Cristiani), gli racconta di aver combattuto con i terroristi ("io comando 4 mila uomini") e gli chiede, una volta scarcerato, di andare a combattere in Siria e in Libia al fianco dello Stato islamico e poi di tornate in Italia "per fare un attentato in una spiaggia affollata della Sicilia, a Palermo, o in un parco a Firenze".
Messaggi che gli investigatori della Polizia penitenziaria del carcere di Opera hanno ricostruito in modo dettagliato nelle indagini coordinate dal pm, Enrico Pavone e dal capo del pool anti-terrorismo, Alberto Nobili nel periodo in cui Hmidi era rinchiuso nel penitenziario milanese prima di essere trasferito ad Asti e poi a Siracusa dove gli è stata notificata la misura cautelare.
La presenza a Opera di Hmidi è turbolenta: il 30 marzo 2020 distrugge la cella nella quale è rinchiuso "piega le ante delle finestre, sfonda il vetro, rompe gli armadietti e stacca il wc e un pezzo di muro".
Il 17 aprile 2020 la mancata concessione di una video-chiamata, dopo aver usufruito dell'ora d'aria, lo porta a innescare un tentativo di rivolta: il 37enne anziché tornare in cella corre verso il cancello della sezione e si arrampica, e quando arrivano gli agenti in forze lui corre verso un'altra cancellata del reparto, cercando di coinvolgere nel suo tentativo altri detenuti, poi aggredisce due agenti: "Siete tutti dei Cattolici di m..., io vi taglio la testa, avete finito di vivere".
Hmidi è grande, grosso e furioso, gli investigatori devono lottare per bloccarlo: "In un momento di follia pura opponeva un'eccezionale resistenza con calci e pugni, fino a quando veniva riportato nella camera di detenzione".
La sua ossessione, secondo quanto ricostruito dal pool dell'anti-terrorismo, era il Jihad, come era già evidente nei suoi profili social, mentre nell'ora d'aria convocava gli altri detenuti tunisini nella sua cella per farli pregare, "spesso costringendoli sebbene non fossero particolarmente avvezzi", al suo adepto parlava di combattenti (uno realmente morto in battaglia), di Bin Laden, di tagliare "gambe e braccia agli infedeli" e gli confida di puntare all'espulsione per tornare in Libia con la figlia e "fare Jihad fino alla fine", gli chiede anche di contattare in un colloquio telefonico il padre per avvisare due presunti terroristi ("Hawaif e Bagdedi"), che avrebbero dovuto "iniziare a fare la guerra", in cella indossava una tuta della Roma calcio "perché l'Isis vuole fare la guerra a Roma". 

Aggiornato il: 10/03/2021