Il cappellano di Bollate

Milano, Adnkronos, 19 aprile 2020

Con il Coronavirus rinunce durissime per i detenuti

La realtà del carcere è più simile a quella prima dell'emergenza Coronavirus, fuori le differenze sono abissali e abituarsi anche se sono passate diverse settimane è difficile.
Lo racconta don Fabio Fossati, cappellano del carcere milanese di Bollate che conta circa 1.200 detenuti.
"Inizialmente c'era un po' di tensione, c'era l'attesa di riuscire ad avere dei benefici, il dispiacere di dover rinunciare ai colloqui con i familiari, la sofferenza più grande qui era per i detenuti che in regime di articolo 21 dovevano rinunciare al lavoro all'esterno: è stato un passo indietro, anche il dover fare a meno dei laboratori e dei corsi gestiti dai tanti volontari che per colpa del virus non potevano più accedere alla struttura", spiega.
Rinunce durissime, per chi ogni giorno deve fare i conti con "poco gestite, però, bene: sono state concesse più opportunità per comunicare all'esterno e gli interventi del Tribunale di sorveglianza hanno permesso di concedere la semi-libertà a chi ne aveva diritto: bisogna continuare su questa strada, liberare il carcere vuol dire anche ridurre il rischio contagio che mi sembra sotto controllo", spiega don Fabio.
La normalità ora, sembra un paradosso, è quella dietro le sbarre, conclude don Fabio: "C'è più normalità dentro che fuori, adesso sono loro che non riescono a capire come viviamo noi, come facciamo con tutti i negozi chiusi, quando entro in carcere trovo la vita di prima, noi invece facciamo fatica a capire il cambiamento esterno, adesso tutti speriamo in un ritorno alla normalità ma che sia migliore, sia un passo avanti sia per chi è dentro che per chi è fuori".

Aggiornato il: 20/04/2020