Housing ostacolato per gli scarcerati ai domiciliari

Milano (Thesubmarine - Emanuela Colaci), 14 maggio 2020

La situazione dei detenuti delle carceri lombarde

A due mesi dalle rivolte nei penitenziari di tutta Italia, le misure alternative alla detenzione sono ancora poco applicate, anche a causa della mancanza di alloggi per gli ex detenuti che non hanno una casa dove andare.
Una protagonista della serie tv ambientata nel carcere femminile di Litchfield sta per tornare a casa: è felicissima di iniziare una nuova vita, ma ha molta paura perché non sa cosa troverà oltre il carcere, fuori non c'è una famiglia che la attende, non ha soldi né un posto dove stare; dopo aver provato ad arrangiarsi, finisce di nuovo dentro. Litchfield è un luogo inventato dalla regista Jenji Kohan per la serie 'Orange is the new black', ma non è così tanto lontano dalla realtà.
Recentemente, in piena emergenza Coronavirus, la Regione Lombardia ha bloccato il finanziamento di un progetto di housing per i detenuti delle carceri di Milano.
Gli amministratori penitenziari, insieme al Terzo settore e al Comune di Milano, hanno cercando un modo per alleggerire la pressione sulle carceri sovraffollate, dopo le proteste che hanno scosso le carceri di tutta Italia a inizio marzo 2020.
Il progetto di housing - ostacolato dalla Regione - è una delle possibili soluzioni, il Comune ha già individuato 20 alloggi disponibili se dovessero arrivare i finanziamenti, ma vista la posizione della Regione, Cassa ammende ha deciso di affidare i finanziamenti direttamente al Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria: il progetto si farà, anche se il Pirellone - rifiutandosi di deliberare - ha allungato i tempi di una situazione al collasso.
"Il progetto di housing ha una lunga storia, insieme all'inserimento lavorativo e al trattamento della salute mentale delle persone detenute - spiega Corrado Mandreoli, dell'Osservatorio carceri della Cgil - i fondi per finanziarlo sono previsti da Cassa ammende (l'ente economico del ministero della Giustizia che finanzia progetti per il reinserimento sociale dei detenuti), per attuare le misure alternative alla detenzione nelle carceri".
"La Lombardia dice no", ha dichiarato Stefano Bolognini, assessore regionale alle Politiche sociali, abitative e disabilità; un indirizzo in contrasto con la legge regionale n. 25/2017 sulla tutela dei detenuti e la riduzione della recidiva, approvata dalla stessa giunta presieduta da Attilio Fontana.
Non si tratta di regalare case popolari ai detenuti, come sostiene l'assessore leghista, con l'emergenza Coronavirus diventano molto importanti le politiche abitative che permetterebbero di far uscire chi ha i criteri per farlo, alleggerendo il peso sugli Istituti penitenziari.
"Stiamo parlando di persone che potrebbero uscire ma che non possono farlo, perché non hanno i soldi per vivere, non c'entra assolutamente niente con le famiglie in cerca di casa", spiega Corrado Mandreoli della Cgil. Per esempio, la Regione Emilia Romagna ha già messo a bando i fondi della Cassa ammende per finanziare 90 posti per accogliere i detenuti che possono proseguire la pena fuori dal carcere, con precedenza alle donne con figli.
"Le misure alternative che si stanno utilizzando sono la detenzione domiciliare per le persone che hanno patologie a rischio indicate dall'Istituto superiore della sanità, l'affidamento ai servizi sociali provvisorio e la detenzione domiciliare per pene fino a due anni - spiega Antonella Calcaterra, avvocata della Camera penale di Milano ed esperta di diritto penitenziario - la detenzione domiciliare è prevista dall'art. 123 del decreto 'Cura Italia' che sospende le licenze previste per i detenuti in semi-libertà, ma permette di eseguire la detenzione nella propria residenza fino al 30 giugno per le condanne fino a 18 mesi". Questo articolo esclude che possano beneficiarne i detenuti condannati per associazione mafiosa e criminale - compreso il 41 bis - sulla scarcerazione dei detenuti che sono stati condannati in via definitiva decidono i tribunali di sorveglianza, competenti per territorio e su chi è in attesa di giudizio, decide il gip competente. I tribunali non decidono in modo uniforme, spiega l'avvocata: "Vigono scuole di pensiero diverse: per alcuni magistrati il carcere è più sicuro di altri posti in questo momento."
Diventa così cruciale la partita sulle politiche abitative: "Molti potrebbero uscire dal circuito penale, ma non possono perché non hanno una casa; in questo momento anche il Terzo settore è in difficoltà perché tutti i posti sono pieni."
Ma il problema non riguarda solo gli alloggi; come scrive l'avvocata Calcaterra, la fornitura di 4.700 braccialetti elettronici indispensabili per l'accesso alla detenzione domiciliare avverrà solo entro fine maggio.
Il tema delle scarcerazioni è tornato sulle prime pagine di tutti i giornali con la polemica della lista dei 376 boss mafiosi scarcerati negli ultimi due mesi. È ancora poco chiaro quale sia il grado di pericolosità sociale di molti dei soggetti in questione, ma "le decisioni sono state prese in modo indipendente dai tribunali di sorveglianza, in attuazione delle norme previste della legge 'Cura Italia'", come ha affermato il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede.
L'emergenza sanitaria ha portato al pettine tutti i nodi del sistema carcerario, e in particolare il sovraffollamento degli Istituti penitenziari; secondo l'associazione Antigone, i detenuti presenti, a fine di febbraio erano 61.230, circa 11mila in eccesso, con un tasso di affollamento del 190 per cento in alcune carceri.
A Milano, poco prima delle rivolte del 9 marzo 2020 il carcere di San Vittore registrava 945 presenze, su 749 posti regolamentari; nel corso della sottocommissione consiliare Carceri sulla situazione delle carceri milanesi, il direttore di San Vittore, Giacinto Siciliano ha riferito che "ci sono stati circa 300 ingressi a marzo e aprile, 100 detenuti sono stati trasferiti e 150 scarcerati, una sezione è stata chiusa per un mese e riaperta il 21 aprile".
Sono, invece, 60 i detenuti che hanno cominciato a scontare ai domiciliari le loro pene residue, inferiori ai 18 mesi, dopo essere usciti dal carcere di Opera, che a fine febbraio ospitava 1.347 persone per 915 posti letto regolamentari.
Mentre a Bollate dal 10 marzo al 24 aprile 2020 "sono stati scarcerati in 122 - ha detto la direttrice Cosima Buccoliero - soprattutto affidamenti provvisori ai servizi sociali e differimenti di pena, ci sono pochissime scarcerazioni domiciliari anche per la difficoltà di trovare alloggi, perché la questione del domicilio è prevalente: solo qualcuno dei detenuti è stato accolto nelle case accoglienza della Caritas".
Il 9 marzo 2020 è una data importante per capire i limiti delle carceri italiane: la prima rivolta è avvenuta nel carcere di Salerno il 7 marzo 2020 dove 200 detenuti sono saliti sui tetti a protestare. Contro cosa? Probabilmente era trapelata la notizia della sospensione dei colloqui settimanali delle famiglie dei detenuti; da quel momento sono scoppiate le proteste in tutte le carceri italiane (il bilancio parla da sé: 14 morti tra i detenuti, 76 evasi, decine di agenti feriti, interi reparti hanno subito danni materiali e si sono dovute attuare politiche di trasferimento, complicate dal rischio contagio).
Dopo le rivolte del 9 marzo 2020 a San Vittore l'ala della 'Nave', che ospita il reparto di trattamento delle tossico-dipendenze, è tornata operativa solo da fine aprile 2020.
C'è chi ipotizza una concertazione delle rivolte, ma l'ipotesi più probabile resta la reazione spontanea al rischio di contagio e la sospensione dei colloqui. "In risposta all'emergenza sanitaria, uno dei primi interventi è stato quello di bloccare le visite - spiega Corrado Mandreoli dell'Osservatorio carceri - e questa cosa ha innescato le proteste, perché le visite sono l'unica modalità di contatto che i detenuti hanno con la loro sfera affettiva: fondamentale per la rielaborazione della pena; in Italia, però, le telefonate sono possibili in sostituzione delle visite solo una volta alla settimana e sono sempre legate a una laboriosa procedura di richiesta".
Dopo le rivolte, molte carceri si sono attrezzate per avviare colloqui con le famiglie via Skype, ma la carenza delle infrastrutture non permette la continuità dei servizi e l'uniformità di trattamento. Lo stesso problema vale per gli operatori sociali che lavorano all'interno, cui è affidato il compito di redigere la relazione, la cosiddetta 'Sintesi', che permette l'accesso alle misure alternative alla detenzione.
"Sottolineiamo che a San Vittore ci sono 638 agenti di Polizia penitenziaria e 13 educatori effettivi, che durante l'emergenza Coronavirus nessuno di loro ha potuto accedere al carcere e che solo alcuni colloqui sono proseguiti su Skype - termina Corrado Mandreoli - e che il carcere deve essere rieducativo: un detenuto in carcere costa di più di una presenza in comunità".

Aggiornato il: 14/05/2020