Ecco come abbiamo vinto rabbia e isolamento da Covid

Milano, Corriere della Sera, 13 maggio 2021

La testimonianza di un gruppo di detenuti di San Vittore dopo un anno di Coronavirus

"Prima arrivò la paura del contagio e la paura per le nostre famiglie fuori. Poi vennero la rabbia e la frustrazione e dopo, con l'aiuto dell'équipe, siamo riusciti a trasformarle in occasione di riflessione sulla sofferenza".
Racconta un gruppo di detenuti (Stefano, Giorgio, Davide, Sergio, Francesco, Massimo, Luigi e Azzedine) del reparto 'La Nave' di San Vittore, del Coronavirus vissuto in carcere.
La pandemia ha creato una crisi sanitaria, economica e sociale senza precedenti, che i governi mondiali devono affrontare tutelando la salute e i diritti delle persone: soprattutto di quelle appartenenti alle categorie più fragili come bambini, persone anziane, soggetti con disabilita, migranti, senza fissa dimora o persone private della libertà.
In Italia, nel febbraio 2020, tra le disposizioni volte alla protezione delle persone detenute, c'è stata quella per cui i colloqui con i familiari in presenza sono stati sostituiti da chiamate a distanza; nel giugno del 2020 i colloqui in presenza sono ripresi (ma solo per i familiari con un'età compresa tra i 12 e i 65 anni), mentre bambini e genitori anziani non entrano in carcere per avere colloqui dal febbraio del 2020,
Se è vero che anche oltre il carcere siamo tutti chiamati a rispettare rigide prescrizioni per il contenimento del virus - tra le quali il distanziamento sociale - è vero è che questi provvedimenti hanno determinato un ulteriore allontanamento del carcere dalla società, aggravando nel contempo le condizioni di detenzione.
Questo scritto nasce dalle riflessioni di alcuni pazienti del reparto di trattamento avanzato per la cura delle dipendenze patologiche, dove è nata l'idea di utilizzare la rabbia e la frustrazione per la mancanza dei colloqui in presenza come occasione per lavorare sulla propria capacità di gestire le emozioni scomode che in passato hanno spesso portato a comportamenti impulsivi e sulla possibilità di sviluppare nuove competenze, come l'essere in grado di mettersi nei panni dell'altro oppure la capacità di fermarsi a pensare e a documentarsi prima di agire.
Durante le discussioni in gruppo si e spesso parlato del 'Covid-19' da vari punti di vista. Inizialmente era dominante da parte di tutti il timore del contagio, poi sono arrivate la rabbia e la frustrazione, e solo dopo è stato possibile spostare lo sguardo aldilà delle mura e dei cancelli.
Si è parlato delle persone che hanno perso la vita perché colpite dal virus e anche di chi si è tolto la vita per la disperazione profonda generata dal Coronavirus, di chi è in carcere e fatica ancor di più a ricevere l'assistenza sanitaria di cui ha bisogno, di chi ha perso il lavoro e non si è sentito tutelato dallo Stato, dei bambini e dei ragazzi che non possono andare a scuola e delle dottoresse che si assentano dal lavoro per badare ai loro figli, e dei figli che da oltre un anno non vedono ii loro genitore detenuto, nonostante fuori dal carcere si inizi a intravedere qualche apertura.
Questo passaggio continuo nelle nostre discussioni, tra l'interno e l'esterno del carcere, ha lo scopo di ridurre la distanza tra chi è dentro e chi è fuori nell'ottica di essere tutti parte della stessa società.
Per questo ci sembra utile diffondere all'esterno i pensieri e le emozioni che arrivano da chi è costretto dentro il carcere, dove la sofferenza maggiore e la mancanza dei colloqui in presenza, nonostante lo sforzo fatto dal carcere per istituire le video-chiamate e per intensificare le telefonate.
"In me emozioni contrastanti... Il non poter fare colloqui con mia madre ormai anziana, il non poter stare in mezzo agli altri nonostante vivessi già una condizione di recluso. Mi sembrava assurdo subire una prigione nella prigione. Il primo istinto è di rabbia, poi di rassegnazione, infine arrivano la riflessione e la consapevolezza di dover integrare nel mio essere anche questa sofferenza: costante preoccupazione per un genitore troppo anziano per rientrare nella categoria dei parenti ammessi ai colloqui e anche per acquistare un pc e iniziare a usare Skype. E quando uscirò?".
Pur essendo una misura necessaria per la tutela della salute, bisogna ricordare che l'isolamento causato dal distanziamento sociale e dalla mancanza di contatto fisico tende a indurre sentimenti di solitudine e paura nella comunità; in carcere il pensiero va ai familiari che non si possono incontrare, ai bambini che crescono e ai genitori che invecchiano e che si ha il timore di ritrovare troppo cambiati dopo questa esperienza.
Durante i gruppi abbiamo imparato - dagli studi della teoria dell'attaccamento - quanto il contatto fisico costituisca una componente essenziale dello sviluppo psicologico, emotivo, cognitivo, fisico e neurologico dell'esperienza umana fin dall'infanzia; il contatto fisico contribuisce a strutturare lo stile di attaccamento nei neonati e contribuisce alla regolazione emotiva durante tutto l'arco di vita.
La comunicazione non verbale passa anche attraverso il contatto fisico e può trasmettere vicinanza, sostegno e affetto nei momenti di difficoltà; infatti, in ambito assistenziale influenza positivamente la relazione tra 'care giver' e pazienti con grandi benefici per entrambe le parti ed è per questo che in alcune Rsa sono stati messi a punto dei dispositivi per gli abbracci in sicurezza, perché in tempo di Covid - quando questo tipo di contatto è limitato, o addirittura assente - si può sviluppare la cosiddetta 'skin hunger', che causa un incremento dei livelli di stress, ansia e depressione.
"La paura più frequente è il non sapere che effetti avrà il distacco fisico da mia figlia, e crea in me incertezza, destabilizzazione dovuta all'angosciante certezza che un bambino non può capire appieno questa situazione che crea sconforto anche in una persona adulta, figuriamoci in un bambino.
La perdita del contatto fisico con la mia compagna (anche solo un bacio a colloquio) bastava a far si che il rapporto non si raffreddasse fino a spegnersi.
L'ansia di avere dei genitori di 70 anni con delle patologie, che in questo periodo di pandemia si sobbarcano di problematiche che spetterebbero a me, con il senso di colpa che molte volte prende ii sopravvento".
In carcere il pensiero va ai bambini che da oltre un anno non vedono il loro papà, i bambini che prima trascorrevano il colloquio sulle sue ginocchia avvolti da un grande abbraccio e che oggi chiedono perché adesso che si può di nuovo uscire non posso venire da te? Teniamo presente che questi bambini devono gestire comunque una non presenza del genitore nella quotidianità domestica, oggi amplificata e associata alle fatiche che tutti i bambini a causa della pandemia stanno subendo; questo non significa negare l'importanza delle misure di distanziamento adottate, ma mettere in luce quali conseguenze ha il protrarsi di questa situazione e quali effetti la comunità e il sistema sanitario si troverà a dover gestire in futuro dal punto di vista del disagio psicologico.
"L'agente mi chiama con il telefono in mano e sento le voci delle mie figlie parlare tra loro, il cuore si riempie di gioia, i primi tre minuti passano così, senza capire nulla; il tempo passa: mancano otto minuti, chiedo alle piccole di farmi parlare con la mamma e mentre parliamo loro cercano attenzioni... cinque minuti, sale la rabbia, chiedo alla mia compagna di farmi parlare ancora con le bimbe... Due minuti! Come già finita? Chiedo di lasciarmi ancora qualche minuto, ma non si può; mi domando come sia possibile vedere la propria famiglia 15 minuti la settimana, provo una rabbia intensa che gela momentaneamente tutte le emozioni provate nel vedere la mia famiglia".

Aggiornato il: 13/05/2021