Con le celle aperte

Milano (Corriere della Sera - Milena Gabanelli e Virginia Piccolito), 12 luglio 2021

Aumentano le violenze

Nulla potrà mai giustificare la macelleria di Santa Maria Capua Vetere, ma una spiegazione andrà pur cercata se le condizioni di vita in carcere sono diventate insostenibili, come dimostra l'aumento, costante negli ultimi anni, di tentati suicidi, atti di auto-lesionismo e aggressioni.
Al sovraffollamento si imputa tutto e, secondo il rapporto "Space 2020" del Consiglio d'Europa, abbiamo la percentuale più alta di tutta l'Unione europea: su una disponibilità di 50.779 posti, i detenuti sono 53.637 con grandi differenze tra un carcere e l'altro, alcuni semi-vuoti e altri dove stanno pigiati come sardine (a Poggio Reale c'è posto per 1.500 persone, ma sono in 2.062; a Regina Coeli non dovrebbero superare i 600 e sono in 893; a Bologna su 500 posti sono in 744; a Bergamo dove la disponibilità è di 315, i carcerati sono 529).
Certo, il 'Covid-19', unito alla impossibilità di distanziamento, ha fatto salire la tensione, ma il totale dei detenuti è molto diminuito: nel 2010 erano quasi 70mila; allora perché i dati negli ultimi sei anni sono peggiorati? C'è qualcosa in più: inizia tutto con una scelta di civiltà.
Fino al 2011 chi non aveva condanne per reati particolarmente gravi o di criminalità organizzata, passava due ore al giorno all'aria aperta e due ore con la cella aperta; a novembre 2011 la circolare 3594/6044 (diramata dall'allora direttore trattamento detenuti, Sebastiano Ardita) concede più fiducia ai meritevoli, l'Amministrazione penitenziaria istituisce reparti dove le celle restano aperte più a lungo per soggetti di scarsa pericolosità, e assegna a ogni detenuto un codice su "criteri oggettivi": bianco a chi non ha commesso violenze o minacce; verde a chi non appartiene ad associazioni finalizzate a reati violenti; giallo per chi in carcere abbia mantenuto atteggiamenti di tipo violento; rosso agli altri che, alla lunga, possono risalire la gradazione cromatica.
L'obiettivo era quello di elevare la responsabilità di ciascuno: più mi comporto bene e più ore d'aria avrò, ma ogni colore necessita di sorveglianze adeguate - avverte la circolare - e raccomanda di verificare, con un progetto pilota, se il sistema funzioni; non viene fatto, in compenso nel 2012 il capo del Dap, Giovanni Tamburino con una nuova circolare comincia a eliminare i colori.
Nel 2015 la svolta: arriva una nuova circolare (la 3663/6113), la firma l'allora capo del Dap, Santi Consolo e, citando i richiami della Cedu, fa spazio alla discrezionalità delle direzioni dei penitenziari nella valutazione dei singoli e, soprattutto, spalanca le celle.
Ai detenuti (eccetto ai mafiosi e ai reclusi al 41 bis) vengono assegnati due soli regimi: custodia chiusa e custodia aperta, ma quella chiusa prevede un "tempo minimo da trascorrere fuori delle camere detentive di 8 ore", mentre quella aperta "fino a 14 ore e uno spazio di libertà di movimento da raggiungere senza onere di accompagnamento".
Inoltre la circolare dispone che "durante le attività dei detenuti gli agenti siano all'esterno delle sezioni, senza la necessità di presìdi stabili nei reparti e nei luoghi di pertinenza": in sostanza auto-gestione.
Un anno dopo i numeri mostrano il risultato di quella scelta: le aggressioni tra i detenuti sono 776 in più; quelle agli agenti penitenziari 116; le infrazioni disciplinari sono 6.602 in più; violenze, minacce e resistenze ai pubblici ufficiali 498 in più; crescono anche i mancati rientri e gli atti di auto-lesionismo (1.557 in più), ma il capo del Dap - che resterà fino al 4 luglio 2018 - non ci dà peso, e non lo fa nemmeno il suo successore, Francesco Basentini che nel 2020 si trova a gestire la crisi del 'Covid-19' con le rivolte di marzo 2020, nel 2021 le polemiche per la scarcerazione dei boss e ad aprile le botte degli agenti sui detenuti di Santa Maria Capua Vetere; si dimette il mese dopo, e al suo posto viene nominato il magistrato Dino Petralia.
Intanto lo spazio lasciato libero viene riempito e, dove manca il presidio, l'ordine lo dettano i detenuti più temuti che, potendo circolare liberamente possono prendere il carcere in mano.
Se guardiamo i dati del 2014 (prima dell'entrata in vigore della circolare del 2015) e li confrontiamo con gli ultimi disponibili, sembra sia proprio andata così.
Le aggressioni contro la Polizia penitenziaria passano dalle 387 del 2014 alle 837 del 2020; qquelle tra detenuti da 2.039 arrivano a 3.501; contro il personale amministrativo da 0 a 36.
Un'impennata verticale si registra nelle violenze, minacce, ingiurie, oltraggi e resistenze ai pubblici ufficiali (da 319 nel 2020 schizzano a 3.577), le colluttazioni sono più che raddoppiati (da 1.598 a 3.501), nelle celle sono spuntati telefonini o sim card (fino a 1.140), sono arrivati anche i coltelli (da 55 a 196), le violazioni di norme penali sono salite quasi di cinque volte (da 1.443 a 5.536 nel 2020), crescita vertiginosa delle infrazioni disciplinari (intimidazioni e atti osceni da 1.127 a 10.106).
Difficile pensare che i detenuti stiano meglio, ma il dato più allarmante è quello sui reati spia del disagio: i tentati suicidi (da 933 sono arrivati a 1.480), gli atti di auto-lesionismo (dai 6.919 del 2014 sono arrivati a 11.315: solo a Santa Maria Capua Vetere, nell'ultimo anno e mezzo, sono stati quasi 300).
Una tensione che molti si aspettavano che sarebbe esplosa e, complice il panico da Coronavirus, in quel penitenziario mal gestito, con 150 detenuti oltre la capienza, infestato da insetti e con condizioni igieniche precarie, è accaduto.
Una cosa è certa, i numeri allarmanti smentiscono l'equazione: "Celle aperte, meno oppressione" e aprono squarci su situazioni di sopraffazione dove a subire sono soprattutto i detenuti più giovani, i nuovi arrivati, i meno pericolosi, quelli che, se aggrediti, hanno paura a denunciare, e preferiscono le sanzioni pur di non rientrare nell'incubo.
Poi ci sono le violenze sessuali, non denunciate per vergogna, un problema enorme perché in Italia l'affettività - usata nel resto d'Europa come incentivo (fai il bravo e vedrai il tuo partner) - viene negata.
Una situazione in cui stanno male anche gli agenti, sottodimensionati, non sempre adeguatamente formati, che faticano a mantenere l'ordine e possono essere tentati, a loro volta, dalla violenza, come dimostrano le brutalità nel carcere campano.
Le indicazioni della Cedu - a cui si è fatto riferimento - sono ben altre: chiedono di adottare un modello penitenziario basato sulla funzione rieducativa della pena, le celle aperte si inseriscono nell'organizzazione di attività lavorative che il carcere deve garantire; il problema è che non ci sono fondi sufficienti per retribuire il lavoro del carcerato, ma nessun Paese ha abbastanza risorse per pagare uno stipendio ai condannati. Il metodo seguito nel Nord Europa, è quello di trattenere dalla busta paga le spese di giustizia e di mantenimento, l'adesione al programma arriva quasi al 90 per cento, perché ci sono più permessi premio, più ore di visita parenti, e soprattutto si impara un mestiere, il risultato è un tasso di recidiva bassissimo.
Nelle nostre carceri sono poco più di 2mila i detenuti che hanno una occupazione regolare, mentre circa 15mila lavorano come 'scopino', addetto alla lavanderia o cucina poche ore al giorno e a giorni alterni, tutti gli altri vengono lasciati a fare niente, e non basta sbandierare le buone esperienze di Bollate, Padova e altre piccole realtà, perché il detenuto non può scegliere dove scontare la pena; risultato: quasi il 70 per cento di chi esce dal carcere, poi ci ritorna.

Aggiornato il: 12/07/2021