Case di lavoro e misure di sicurezza

Milano (Avvenire - Marina Lomunno), 25 febbraio 2021

I 334 internati rimasti nel limbo

È uno dei tanti nodi da sciogliere nel sistema carcerario italiano, anche se passa inosservato, fagocitato com'è dall'emergenza sovraffollamento e dalla carenza di personale.
Si tratta delle 'Case di lavoro' per gli internati in esecuzione delle misure di sicurezza, un istituto dell'Ordinamento penitenziario, mai riformato, risalente agli anni 1930 e che non ha mai raggiunto la finalità dell'inserimento nella società.
A fine gennaio 2021 erano 334 le persone internate in colonie agricole o case-lavoro che in realtà, nel migliore dei casi, sono dependence dei penitenziari, ex strutture carcerarie o ex ospedali psichiatrici, se non addirittura sezioni all'interno delle prigioni, come ha illustrato Bruno Mellano, Garante dei detenuti del Piemonte che ha promosso, giovedì 11 febbraio 2021 il seminario online 'Senza casa, senza lavoro. Gli internati in misura di sicurezza e il caso Piemonte'.
Ai lavori hanno partecipato esperti di esecuzione penale e i Garanti di alcuni Comuni e Regioni in cui sono presenti le 'Case di lavoro', tra cui Biella con 53 ristretti, l'Abruzzo con 78, l'Emilia Romagna con 54, la Sicilia con 35, la Sardegna con 23 e altre Regioni.
Il collegamento è stato introdotto da Mauro Palma, Garante nazionale delle persone private della libertà, che ha evidenziato come "l'attuale 'Casa di lavoro' abbia poco di dissimile rispetto alla detenzione e, nel caso di rilascio, le persone si ritrovano a tornare nel loro contesto, ma senza casa e senza lavoro".
Una situazione obsoleta, al limite della costituzionalità, "perché frutto di una cultura penalistica e giuridica del secolo scorso che conteneva la marginalità", ha denunciato Stefano Anastasia, portavoce nazionale dei Garanti regionali e territoriali, se si tiene conto che gli internati in quelle che dovrebbero essere 'Case di lavoro' (ma di fatto sono strutture carcerarie con sbarre e agenti) sono persone considerate socialmente pericolose, non condannate, né processate.
"Si tratta di disperati, persone con problemi psichici, tossico-dipendenti, infermi, stranieri senza documenti, persone fragili", ha elencato Alessandro Prandi, Garante della città di Alba.
Siamo di fronte a veri e propri "ruderi che continuano a fae danni - ha detto Francesco Maisto, Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Milano (già magistrato di sorveglianza) - proprio perché i reclusi non sono persone con una carriera criminale, ma molto spesso sono soggetti con gravi problemi personali".
Secondo Marco Pellissero, docente di Diritto penale dell'Università di Torino, l'istituto delle 'Case di lavoro' altro non è che "un'etichetta che sa di truffa"; a Biella, per esempio, ha raccontato la Garante Sonia Caronni: "Da quella che si definisce 'Casa di lavoro' c'è la prospettiva incerta di spostare i 53 internati suddividendoli tra Alba e Alessandria, sempre in ambito penitenziario: si tratta di percorsi di reclusione lunghissimi, che alienano totalmente dalla vita esterna le persone che passano anche decenni all'interno di queste strutture ed è quasi impossibile il loro reinserimento nella società, quando abbiamo provato".
Un istituto, dunque, decontestualizzato rispetto a quella 'Casa di lavoro' che "si pensava di realizzare e che dovremmo semplicemente e radicalmente cancellare", ha concluso Stefano Anastasia; "si tratta di spazi che - come ha ribadito Bruno Mellano - devono essere riconvertiti in ambito trattamentale con comunità ad hoc diverse dal carcere, con percorsi personalizzati che accompagnino gradualmente all'autonomia, attraverso casa e lavoro".
Un invito raccolto da Pier Paolo D'Andria, provveditore dell'Amministrazione penitenziaria di Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta, che ha assicurato l'attenzione alla delicata questione del ministero di Giustizia.

Aggiornato il: 25/02/2021