Cartabia, quella volta a San Vittore

Milano (Corriere della Sera - Paolo Foschini), 14 febbraio 2021

"Non dimenticherò i vostri problemi"

Era il 15 ottobre 2018 e l'allora vice-presidente della Consulta, Marta Cartabia (oggi ministro della Giustizia), aveva trascorso una intera giornata con i detenuti del carcere milanese di San Vittore: "I vostri problemi - aveva detto loro - mi faranno compagnia nel lavoro e nella vita", e ora nel mondo delle carceri l'aspettativa è enorme.
La fotografia rende esattamente l'idea di quel "con": per individuare l'attuale ministro della Giustizia in mezzo a quel gruppo di persone che le avevano regalato una felpa uguale alle loro, da lei immediatamente indossata, bisogna veramente sforzare gli occhi, loro erano i detenuti del reparto 'La Nave' (quello dedicato a quanti, oltre a misurarsi con la detenzione, cercano di sconfiggere la dipendenza), e lei li aveva salutati così: "I vostri problemi mi faranno compagnia nel lavoro e nella vita personale, mi auguro che gli ideali della Costituzione possano fare compagnia a voi in questo vostro viaggio".
Quell'incontro, in effetti, fece parte di una iniziativa più generale, battezzata come 'Viaggio in Italia' che la Corte costituzionale aveva all'epoca intrapreso prima nelle scuole e poi nelle carceri del Paese, e la tappa a San Vittore - per Marta Cartabia - aveva rappresentato un momento particolarmente intenso: "Mi ha sempre colpito il fatto di questo Istituto collocato nel centro di Milano, Per tanti anni - confidò all'inizio del suo discorso ai circa cento tra detenuti e detenute che l'avevano accolta con l'Inno di Mameli nella Rotonda - ho accompagnato i miei figli che andavano a scuola qui vicino e ogni giorno mi chiedevo chissà chi sono le persone che stanno lì dentro, la presenza di San Vittore nel cuore della città ha un alto valore simbolico perché ci ricorda che chi sta in carcere non deve essere considerato in esilio, fuori dalla società: è un monito per noi che siamo fuori".
Per più di tre ore Marta Cartabia aveva risposto alle loro domande: come quella di Marco che, rifacendosi al passo della Costituzione da lei citato poco prima sulla "promozione del pieno sviluppo della persona", le aveva chiesto "come si è evoluto a suo avviso il concetto di umanità e di dignità della persona negli ultimi 70 anni se nel 2018 mi trovo un parassita nel letto della cella".
Tanti, soprattutto, le avevano elencato le innumerevoli difficoltà burocratiche - se non gli ostacoli veri e propri eretti per legge - rispetto alla volontà di reinserirsi nella società con un lavoro a pena espiata: "Il fatto che voi percepiate una distanza tra le parole della Costituzione e la realtà che vivete - aveva risposto lei - non significa che quelle parole non siano vere, sono gli ideali a cui continuamente aspiriamo anche se la realtà li contraddice, e come tutte le cose della vita hanno una attuazione inesauribile".
Oggi è inutile nascondere che non solo tra i detenuti delle carceri (alcuni di loro sono ancora a San Vittore e ricordano quell'incontro molto bene), ma in moltissimi operatori, educatori e volontari attivi nel mondo della pena la nomina di Marta Cartabia a ministro della Giustizia ha suscitato un'immensa soddisfazione unita a una grandissima aspettativa: soprattutto adesso che dopo un anno di pandemia le legittime misure prudenziali legate a ragioni sanitarie si sono unite all'interruzione di praticare tutte le attività costruttive, volte appunto al recupero, al reinserimento e alla cura di detenuti e detenute.
La Cartabia, dopo quella visita dell'ottobre 2018 è tornata a san Vittore in almeno due altre occasioni - a titolo personale - e di diversi detenuti incontrati la prima volta ricordava anche in nomi: "Si dimentica sempre - aveva detto a conclusione di quella sua prima visita - che la storia di Caino non finisce con la sua cacciata dall'Eden dopo che uccise Abele. ma finisce che con un incontro, quello con sua moglie, in seguito al quale proprio lui, Caino, divenne costruttore di città".
Sì, è una nomina che ha suscitato grande speranza, e da oggi, nelle carceri italiane, si trasforma in attesa.

Aggiornato il: 15/02/2021