Carceri, i modelli positivi ci sono

Milano (Corriere della Sera - don Gino Rigoldi), 8 luglio 2021

Per capire quello che è successo a Santa Maria Capua Vetere

Le scene del pestaggio dei detenuti del carcere campano (945 detenuti per una capienza di 809 - dati del ministero al 31 maggio 2021) ha suscitato indignazione e tristezza in molti italiani, ma c'è molta sofferenza anche tra le persone che lavorano nelle carceri, sia come poliziotti che come educatori, psicologi, assistenti sociali e cappellani.
Posso immaginare che dopo il ripetuto spettacolo del pestaggio molti cittadini si siano domandati se ci sono e quanti sono, gli Istituti penali dove la violenza prevale sul dialogo e sulla riabilitazione come richiesto dalla Costituzione.
Circola tra i detenuti e gli ex detenuti, ma anche tra gli operatori, la classificazione di alcuni carceri come punitivi, legati mediamente al trattamento particolarmente duro, vero o presunto che sia.
In Lombardia tra i più citati come punitivi sono: Monza (614 detenuti per una capienza di 403), Vigevano (328/242), Pavia (593/518), Busto Arsizio (362/240) e Opera (1.151/918), solo che non dovrebbe esistere nessun carcere punitivo.
In Lombardia vige anche il paradosso di una recidiva vicina al 20 per cento per chi è stato detenuto nel carcere di Bollate (dove il numero di detenuti non supera la capienza), invece che di oltre il 50 per cento per i detenuti di quasi tutti gli altri Istituti di pena. La percentuale delle recidive (recidiva, ovvero ritorno in carcere), esprime quanto riusciamo o non riusciamo a promuovere la sicurezza attraverso la reale riabilitazione dei detenuti, cioè misura il buon impiego o lo sperpero di grandi cifre di denaro pubblico, sottolinea l'impegno morale, civile e politico; la percentuale di recidiva è l'impegno prioritario per chi ha delle responsabilità.
Quindi per capire meglio quello che è successo a Santa Maria Capua Vetere occorre conoscere l'organizzazione e le strutture che regolano e gestiscono il carcere: quello che c'è e quello che manca; ogni evento ha dietro di sé una storia, anche di molti altri eventi simili e non conosciuti, ma ugualmente e concretamente presenti.
Andando per ordine, direi che ogni Istituto penale deve avere un direttore, un direttore e non un facente funzione o un reggente, perché queste figure, per la loro precarietà, spesso hanno poca motivazione a fare una programmazione di lungo respiro nella formazione professionale, nel lavoro, nella scuola, nel rapporto con la società civile esterna; se poi un direttore che ha già la responsabilità di un grande carcere, deve essere anche reggente di uno o più altri istituti, è ovvio che provvederà al proprio istituto e andrà a firmare, o comunque sarà una presenza saltuaria, nell'uno o più istituti che gli vengono aggiunti; lo stesso vale per il comandante della Polizia penitenziaria.
Esiste, ma dovrebbe esistere in numero maggiore e con maggiori competenze, la figura dell'educatore carcerario (i dati forniti dal sindacato Sappe parlano di una media di un educatore ogni 80 detenuti: a Bollate uno ogni 67, a Taranto uno ogni 167 detenuti), qualcuno la ritiene una presenza secondaria, ma in realtà è una necessità assoluta per il benessere tanto dei detenuti quanto degli agenti penitenziari.
L'educatore ha la funzione di costruire e di promuovere il rapporto tra il detenuto, la direzione, l'avvocato, la famiglia e di pensare a un progetto per il futuro, soprattutto per l'uscita del detenuto. E' necessario un educatore ogni 30-50 detenuti o detenute, con l'aggiunta di alcuni educatori che - in collaborazione con la direzione - possano tessere rapporti con il mondo produttivo e i servizi del territorio, se manca l'educatore i detenuti più poveri - meno capaci di parlare e di rappresentare i loro bisogni - sono abbandonati alla disperazione, e chi ha poca conoscenza della lingua italiana, basse capacità di espressione o di pensiero spesso ricorre al digiuno, alle ferite auto-inferte, a forme di proteste che avranno come interlocutori prevalenti gli agenti di polizia.
Occorre tenere presente che le persone che sono a più stretto e continuativo rapporto con i detenuti sono gli agenti di Polizia penitenziaria, se ci sono violenze e difficoltà i primi a dover intervenire sono loro. Le violenze vanno sempre condannate, da qualsiasi parte provengono, ma ogni violenza, ogni reato, nasce da una storia e in un contesto, ridurle a forme di sadismo o di rappresaglia ha il solo effetto di nascondere il vero problema: le condizioni di vita e di lavoro nelle carceri italiane.
Esistono in Italia Istituti penitenziari, penso a Bollate, a Padova, a Rebibbia e a Volterra, dove le condizioni di vita di tutti (detenuti e personale) sono positive, lì non capiterebbero mai gli episodi come quello accaduto a Santa Maria Capua Vetere.
Allora la richiesta che possiamo rivolgere al ministero della Giustizia è quella di seguire i modelli positivi che già esistono, e se esistono vuol dire che siamo stati capaci di realizzarli.

Aggiornato il: 13/07/2021