Boss liberi grazie al Coronavirus

Roma (Repubblica - Alessia Candito), 24 aprile 2020

Ministro Bonafede: "Non è colpa nostra"
 
Il Tribunale di sorveglianza di Milano ha concesso i domiciliari a Platì a Domenico Perre, 64 anni, 22 passati in cella, con problemi cardiaci.
Dopo le polemiche sui detenuti usciti di cella, il ministro Bonafede ha annunciato controlli.
Con l'epidemia di 'Covid-19' in corso, anche uno dei sequestratori di Alessandra Sgarella - l'imprenditrice rapita a Milano nel 1997 e liberata a Locri undici mesi dopo - strappa i domiciliari.
Così ha deciso il Tribunale di sorveglianza di Milano che, su istanza dell'avvocato Maurizio Punturieri, ha concesso a Domenico Perre di tornare nella sua Platì. Motivo? Le sue precarie condizioni di salute che lo rendono soggetto a rischio in caso di contagio da 'Coronavirus', rendendo "la permanenza in cella - sostengono i suoi legali - in forte contrasto con il senso di umanità che pervade la norma in materia di esecuzione pena detentiva". Per Perre contrarre il 'Covid-19' è un rischio, non un pericolo concreto, eppure è bastato a far considerare sotto altra luce lo stato di salute del sessantaquattrenne, su cui dal 2015, per anni i suoi legali hanno fatto inutilmente leva per tentare di strappare i domiciliari. Vittima di un infarto nel 2013 e da allora sottoposto a terapia per una serie di episodi ischemici, Perre da tempo avrebbe dovuto essere assistito a casa. Istanze regolarmente respinte al mittente dai giudici, per i quali il carcere di Opera, dove è stato trasferito dopo i primi anni di detenzione a San Giminiano, è sempre stato in grado di offrirgli assistenza sanitaria efficace in caso di bisogno. Con l'epidemia, però, tutto è cambiato, nella giornata di ieri Perre ha chiamato l'avvocato Punturieri per annunciargli l'avvenuta scarcerazione, così come i suoi familiari, che hanno attraversato l'Italia per riportarlo a casa, dove è tornato a quanto pare libero e senza scorta. "Ma in questo momento - fa sapere il suo legale - si trova già in quarantena a Platì", paese considerato roccaforte di alcuni fra i clan più feroci della Calabria, attualmente amministrato da un commissario prefettizio, dopo il quarto scioglimento per mafia. È proprio lì, a casa di Perre, che gli investigatori erano riusciti a piazzare la microspia che ha consentito di individuare alcuni degli autori del sequestro - uno degli ultimi della stagione dei rapimenti, per lungo tempo accompagnato dal mistero sul pagamento del riscatto - dell'imprenditrice milanese. L'ultimo, Francesco Perre è stato arrestato nell'agosto 2011 dopo quasi dodici anni di latitanza. Nelle stesse ore, Alessandra Sgarella si spegneva nell'ospedale di Rozzano. Adesso uno dei suoi sequestratori guadagna la libertà.
Ma non si tratta del primo detenuto per reati gravi, incluse accuse di mafia, che passa dal carcere ai domiciliari. Per quasi tutti, a pesare sono le condizioni di salute oppure l'età avanzata, compatibili con il carcere in tempi normali, ma divenute un problema in tempi di pandemia.
È successo anche a Vincenzino Iannazzo, boss di Lamezia Terme condannato in Appello a 14 anni e mezzo di reclusione e spedito a casa dalla Corte d'Appello di Catanzaro per rischio statistico di contrarre il' Coronavirus'.
Stessa decisione è stata presa dalla Corte d'Assise di Reggio Calabria, ha accordato i domiciliari all'ultrasettantenne Rocco Santo Filippone, imputato come mandante degli omicidi dei Carabinieri Fava e Garofalo con cui i clan calabresi hanno firmato la propria partecipazione alla strategia stragista degli anni della 'Trattativa Stato-Mafia'. A sollecitare la scarcerazione erano stati i legali, gli stessi che una settimana dopo in udienza hanno lamentato l'impossibilità di fornire a Filippone assistenza adeguata fra le quattro pareti di casa.
Esempi di una lunga serie di boss, generali, colonnelli e affiliati dei clan che potrebbero guadagnare la libertà in tempi di 'Covid-19'. "Un elenco - ha rivelato l'Espresso - in cui potrebbero finire anche una serie di pezzi da novanta dei clan detenuti al 41 bis, inclusi quelli condannati per le stragi".
Nonostante il regime detentivo da quarantena naturale per le stringenti condizioni di isolamento, anche loro sono finiti tra i soggetti a rischio per età o patologie che il Dap con propria circolare ha ordinato agli Istituti di pena di censire, per poi trasmettere la comunicazione all'autorità giudiziaria "per le valutazioni di competenza". Per i vertici dell'Amministrazione penitenziaria si trattava "solo di un monitoraggio", tuttavia pochi giorni dopo il boss siciliano Francesco Bonura è uscito di cella: "Solo per motivi sanitari - afferma il Tribunale di sorveglianza di Milano", con l'Anm schierata a propria difesa.
Ma Bonura non è l'unico, e il caso è diventato politico, con Lega e Fratelli d'Italia che accusano il governo di aver dato il via libera alla scarcerazione dei boss mafiosi e i ministri Alfonso Bonafede (Giustizia) e Luciana Lamorgese (Interno) che negano su tutta la linea. In effetti, i benefici per i detenuti con meno di 18 mesi da scontare, approvati con il 'Cura Italia' a una settimana dalle rivolte nelle carceri per affrontare il problema del sovraffollamento negli Istituti penitenziari, escludono i condannati per mafia e gravi reati. In più, si prevede che le decisioni sul singolo caso siano sempre affidate ai magistrati dei tribunali di Sorveglianza, ma le scarcerazioni ci sono state.
E la circolare dai vertici del dipartimento è stata diramata e trasmessa ai tribunali (per ordine di chi e con che proposito, non è dato sapere), magari lo accerteranno i controlli annunciati dal ministro della Giustizia o dalla Commissione parlamentare anti-mafia che Pd e M5s hanno sollecitato ad occuparsi del caso, mentre da più parti nel mondo delle toghe si chiede al governo di affidare la delicata decisione sulle sorti dei detenuti condannati per mafia, soprattutto quelli al 41 bis, a un pool di magistrati, in diretto contatto con la direzione e con le procure che hanno svolto le indagini e non quelle competenti per territorio. Proposte al momento inascoltate, al pari delle richieste di individuazione di eventuali centri 'Covid-19' nelle strutture sanitarie penitenziarie, di un programma di screening e profilassi, di dotazioni di dpi per detenuti e personale; istanze che per adesso rimangono lettera morta.

Aggiornato il: 24/04/2020