Bambini in gabbia

Torino (Stampa - Annalisa Cuzzocrea), 24 novembre 2021

Il dramma di chi passa l'infanzia in carcere con le madri detenute

Il governo prepara la svolta: fondi alle Regioni per costruire nuove case protette.
Quando il 18 settembre 2018 Alice Sebesta, una donna tedesca di 33 anni, uccise i suoi due figli (la bambina di sei mesi, il maschio di un anno e mezzo) gettandoli dalle scale della sezione nido del carcere di Rebibbia, tutti dissero: "Mai più".
L'allora Guardasigilli, Alfonso Bonafede ha confidato di aver pianto, e i politici di tutti i colori si sono interessati, per qualche settimana, delle condizioni dei bambini costretti a vivere e a crescere dentro a un carcere per espiare la colpa delle loro madri, ma da allora, quasi nulla è cambiato. C'è una legge che langue alla Camera, in commissione Giustizia, basterebbe approvarla (se il parlamento decidesse di andare avanti - dicono al ministero - avrebbe subito  l'appoggio della ministra).
Ci sono centinaia di migliaia di euro arrivati alle Regioni per costruire nuove case protette: basterebbe spenderli pensando, per una volta, prima di tutto ai bambini; in questo momento in carcere ce ne sono 23 (erano 59 a febbraio 2020, prima del 'Covid-19'). Si può fare di più, basta quella che Luigi Manconi - presidente di 'A buon diritto' - chiama: "La volontà politica".
La ratio è molto semplice: davanti a una madre con figli piccoli, la prima scelta del giudice deve essere sempre una casa protetta (ce ne sono solo due, una a Milano e una a Roma), ma nell'ultima manovra di Bilancio ci sono 4,5 milioni di euro per costruirne altre, quindi solo in caso di reati particolarmente gravi o efferati, una madre con il suo bambino dovrebbero andare in cella.
Oggi è il contrario: sono la prigione oppure l'Icam (Istituti a custodia attenuata per madri detenute) la prima scelta, quella che porta bambini fino a tre anni, a vivere la loro prima infanzia chiusi in posti che si chiudono alle otto di sera e con la possibilità di uscire con i volontari sospesa in tempo di 'Covid-19'.
Negli Icam i minori possono rimanere fino a 6 anni - alcuni a 10  - ma anche se non hanno sbarre, restano comunque una prigione, tornare da scuola senza potersi fermare a casa dei compagni, dove c'è un'assistente alla quale devi chiedere: "Apri", che è la prima parola che imparano i bambini in carcere, prima di mamma, prima di papà.
E così non parliamo solo di scandali, lo ha detto più volte Carla Garlatti, Garante nazionale per l'infanzia (già giudice minorile): "È una questione di uguaglianza sostanziale: ogni bambino deve poter partire dalle stesse condizioni di partenza degli altri e in un carcere non è possibile, a luglio avevo chiesto che i fondi per le case protette fossero sbloccati, sono felice che il 15 novembre sia finalmente accaduto".
Possiamo continuare a permettere che sia così?
"Si sta lavorando da mesi per cercare di offrire a ciascuna madre detenuta con figli una diversa possibilità, in sintonia con i propri bisogni e con le specifiche esigenze del caso - spiega la ministra della Giustizia, Marta Cartabia - un contributo decisivo ci arriva dalla disponibilità di alcune associazioni del Terzo settore, come la Papa Giovanni XXIII". Cartabia si rende conto che è solo l'inizio: "Lavoriamo perché nessun bambino muova i suoi primi passi negli spazi angusti di un carcere o rappresenti il cielo con le grate alle finestre, come ho visto in alcuni disegni, questo non ha nulla a che fare con la funzione rieducativa della pena di cui parla la Costituzione".

Aggiornato il: 24/11/2021