A San Vittore ci vuole "Cuore e coraggio"

Milano (Ansa - Francesca Brunati), 31 agosto 2020

In libreria una pubblicazione del direttore della Casa circondariale

"Non devo trattare il carcere da carcere, altrimenti qui dentro diventiamo tutti carcerati e carcerieri".
E' il principio che ha illuminato il percorso professionale e umano di Giacinto Siciliano e che viene a galla in "Di cuore e di coraggio", un libro autobiografico in cui l'attuale direttore del carcere milanese di San Vittore ripercorre le tappe della sua "vita normale, ma non troppo", a contatto con quel "mondo dentro il mondo" in cui si intrecciano storie e drammi di detenuti, dagli stranieri arrestati per spaccio o per furto, agli ergastolani, fino ai mafiosi più irriducibili detenuti in regime del 41 bis, tra cui Totò Riina, Giuseppe Graviano o Michele Zagaria.
Il volume - edito da Rizzoli e in libreria dal 1 settembre 2020 - attraverso le tappe della carriera di Siciliano e i suoi ricordi personali, offre uno spaccato, da dietro le sbarre, della storia d'Italia, a cui si aggiunge la riflessione di un uomo di Stato che ha dedicato la vita a dirigere penitenziari con l'obiettivo di cercare di far ritrovare il senso dello Stato in chi lo ha perduto.
La prima esperienza di Siciliano risale al 1993 nella Casa di reclusione di Busto Arsizio e poi nella Casa circondariale di Monza; da lì il trasferimento al super-carcere di Trani dove, l'incontro con i brigatisti detenuti fa venire a galla la vicenda di suo padre, in passato uno degli obiettivi, fortunatamente mancato, delle Br), dopo di che Sulmona, Opera - periodo in cui è stato costretto a vivere sotto scorta per le minacce dell'allora boss dei boss - e San Vittore.
I capitoli di questo libro aprono una finestra su realtà delicate e dolorose come le rivolte - anche quella scoppiata sempre a San Vittore nel marzo 2020 a seguito della diffusione del Coronavirus - e dei suicidi in cella.
Al tempo stesso si comprende cosa voglia dire gestire e tentare sempre, anche nei casi estremi, di avviare un percorso di recupero, perché quello del direttore penitenziario è un lavoro "di cuore e di coraggio": non si tratta di fare sconti, anzi al contrario, occorre impegnarsi quotidianamente per dare fiducia a ogni detenuto e aprire un dialogo che lo porti a comprendere i propri errori e a riappropriarsi del valore delle regole e del senso dello Stato.
Per Siciliano ogni uomo è una storia, ma è anche un futuro, il suo dovere è quello di indicargli la via per riappropriarsi di una vita solida e libera.


 

Aggiornato il: 31/08/2020