A Opera il carcere è più duro

Milano (Agi - Manuela D'Alessandro), 5 gennaio 2021

Il 'Covid-19' cancella la poesia nella Casa di reclusione

Silvana Ceruti, responsabile dello storico laboratorio di poesia nel carcere di massima sicurezza, racconta le conseguenze della sospensione dell'attività con i detenuti che attraverso i versi "scoprono il senso della bellezza e che, anche se si hanno dentro delle cose brutte se ne possono fare di belle".
Nel carcere di Opera contagiato dal 'Covid-19', con i detenuti sempre più segregati per proteggerli dal virus, manca la poesia: potrebbe sembrare la minore delle mancanze ma Silvana Ceruti, responsabile da 26 anni del laboratorio in versi, già insignita dell'Ambrogino d'oro per essere stata la prima a introdurre la lirica in un penitenziario, spiega quanto invece sia dolorosa.
"Siamo chiusi dalla primavera 2020 (salvo una breve ripresa tra settembre e ottobre 2020) - spiega la Ceruti - in questi mesi abbiamo provato a mandare, via lettera, alcuni spunti poetici ai 20 partecipanti del laboratorio, di solito molto ispirati, prolifici e desiderosi di farsi leggere, ma non hanno risposto al nostro invito, senza il contatto umano per loro è tutto molto più difficile, sono soli con i loro pensieri e la loro paura, difficile scrivere in quel contesto di desolazione, quando le attività sono sospese e dove in reparto i contatti sono molto limitati".
Ceruti, che conduce gli incontri assieme a un altro poeta, Alberto Figliolia ha ben chiara quale sia la potenza della poesia in un cammino di recupero: "Nella mia esperienza, ho visto che scrivere versi consente ai detenuti di scoprire delle parti di loro che non sapevano di avere e, soprattutto, di far rilucere la bellezza che hanno dentro, il senso della bellezza direi, che poi viene valorizzato a volte anche nei concorsi che vincono o nei complimenti da parte dei familiari a cui spediscono le opere svelando delle parti nascoste, una persona che ha delle cose brutte dentro, può fare delle cose belle".
Nonostante il Coronavirus, per miracolo anche quest'anno il laboratorio di Opera ha prodotto il calendario poetico edito dalla 'Vita felice', e aggiunge: "Le poesie sono state scritte e raccolte poco prima che esplodesse il contagio, e la cosa singolare è che avevamo scelto come tema quello della 'distanza', che poi è diventata la parola della pandemia; è stato tutto molto complicato, la fotografa Margherita Lazzati, si è trasferita in Svizzera a duemila metri per problemi di salute e da lì ha scattato con il cellulare delle foto meravigliose, poi, il calendario è stato inviato a tutti gli autori ed averlo tra le mani per loro è stato molto importante, perché equivale a uscire dal carcere attraverso la loro voce; le poesie sono di alto livello, frutto dello studio durante i laboratori in cui si parte da un testo iniziale e poi, con il contributo di tutti, lo si cesella".
A scorrere le firme degli autori ce ne sono alcuni noti alle cronache giudiziarie e nere; non si sa quando riprenderanno gli incontri, che si svolgono ogni sabato dalle 9 alle 12 nella stanza 'Acquario' del carcere: un lavoro corale, tutti attorno a un tavolo e spesso con degli ospiti poeti, ma anche altre persone che abbiano un'esperienza artistica da condividere.
"La distanza svanisce il tempo/come il profumo del giorno/prima/e non voglio più camminare/all'infinito, senza poter/apprezzare/la libertà persa dentro a un/labirinto/senza un orizzonte": questi sono i versi profetici di Juan Carlos Saraguro per il mese di marzo, il più crudele della pandemia.

Aggiornato il: 05/01/2021