Con i vaccini il carcere deve tornare a vivere

A Bollate, ora c'è attesa e speranza

Milano (chiesadimilano - Luisa Bove), 10 maggio 2021

Un clima di grande attesa nella II Casa di reclusione, come testimonia il cappellano don Fabio Fossati.
Bollate, alle porte di Milano, aperta nel 2000 conta oggi 1.200 detenuti tra uomini e donne: anche qui il 'Covid-19' ha segnato profondamente la vita delle persone ristrette.
"Adesso va abbastanza bene, il periodo più brutto è passato - ammette il cappellano Fossati - ma abbiamo vissuto mesi molto difficili, soprattutto prima di Natale, adesso c'è un clima di grande attesa e di grande speranza, le attività scolastiche sono riprese, come pure i colloqui in presenza, anche se rimangono restrizioni sotto i 12 anni e sopra i 65, e questo è un grande problema, perché vuol dire che i bambini piccoli e i genitori anziani non possono vedere i loro figli solo on_line o attraverso Whatsapp".
Anche il volontariato, seppure con lentezza, sta riprendendo: "Ieri abbiamo ricominciato gli incontri di catechesi - continua il cappellano - però c'è ancora il vincolo di non tenere insieme detenuti di reparti diversi: un limite rimasto imprescindibile".
Tra le associazioni del Terzo settore è rientrata Sesta opera san Fedele: realtà che fa capo ai gesuiti e che svolge assistenza ai reclusi, la loro presenza è ancora ridotta: entra solo una persona al giorno.
"Noi con i volontari legati alla cappellania riprendiamo adesso - dice don Fossati - con qualche incontro anche nei piani, è una ripresa molto lenta, ma da quello che capisco, dal punto di vista della direzione le attività potranno tendenzialmente riprendere con una certa decisione solo dopo la seconda dose dei vaccini, ora siamo ancora in una fase interlocutoria".
Intanto, la Polizia penitenziaria di Bollate è già stata vaccinata, come pure gli operatori impegnati nell'area sanitaria, e la somministrazione del vaccino ii detenuti si sta concludendo (il cappellano è tuttora in attesa).
Il carcere di Bollate è noto per le tante attività lavorative che si svolgono all'interno, molte delle quali gestite da cooperative sociali, per fortuna molte continuano: il call center, l'assemblaggio organizzato da Bee-4 e il vivaio di Cascina Bollate; poi ci sono i lavoranti esterni (come stabilisce l'articolo 21 dell'Ordinamento penitenziario), che escono al mattino e tornano la sera.
"Al momento escono tutti e quando rientrano non devono mescolarsi con gli altri - puntualizza il cappellano - però sono tanti coloro che hanno perso il lavoro a causa del Coronavirus".
Anche i detenuti che escono in permesso premio, quando rientrano devono rimanere separati.
"Quelli che non hanno famiglia e venivano accolti nelle associazioni o i più poveri che uscivano solo per 12 ore sono tuttora bloccati, chi può andare a casa ottiene permessi anche di cinque giorni; per gli altri, invece, non ci sono possibilità: anch'io prima ospitavo e ora non più; la situazione da noi è stata davvero difficile - termina don Fossati -  abbiamo attraversato mesi molto duri, ora però è un buon momento e le prospettive sono discrete".

Secondo Ileana Montagnini (responsabile dell'Area carcere e giustizia di Caritas ambrosiana) "Vaccini, colloqui, lavoro, volontariato e altro ancora sono solo alcuni dei temi che stanno a cuore a Caritas ambrosiana in riferimento alla situazione dei sette istituti di pena sul territorio della Diocesi; seppure a ritmi differenti la somministrazione dei vaccini anti-Covid, al personale penitenziario e ai detenuti continua nelle carceri milanesi; a Bollate e a Opera la gestione è più semplice, mentre a San Vittore bisogna affrontare i nuovi ingressi e praticare continui isolamenti".

Negli ultimi mesi la situazione in generale è migliorata?
"Il fatto che la Casa circondariale di San Vittore stia gradualmente riammettendo una serie di volontari e di operatori - pur con tutte le cautele dovute - è un buon segno. Così pure la richiesta di vaccinazione per i volontari stessi è stata accolta e a fine aprile sono iniziate le prime dosi, questo ci fa ben sperare che dopo l'estate, potremo rientrare stabilmente con tutte le attività, dalla scuola ai vari servizi dei volontari; questa è la speranza, ma anche l'accorato invito che facciamo alle direzioni di tutte le carceri, perché risentono del deserto di attività della società civile, che invece è molto importante".

Qualcuno è già rientrato?
"Oltre alle scuole, ho notizie delle cappellanie e di alcune attività culturali e progettuali; a San Vittore, per 'Biblioteche in rete' sono rientrati solo due operatori, ma la nostra speranza è procedere più velocemente con gli ingressi, siamo ancora in attesa di nuove disposizioni, però è chiaro che si è innescato un meccanismo diverso: auspichiamo che rientri stabilmente anche l'anagrafe, altrimenti è un problema, il Comune e il Garante dei detenuti si sono impegnati in questo, insomma occorre che ritorni a regime tutto ciò che consentiva le attività per rispondere alle necessità".

I colloqui con i familiari, che erano stati interrotti e l'anno scorso sono stati la causa di scontri e rivolte interne, sono ripresi?
"Stanno riprendendo quelli in presenza, ma non in tutte le carceri; intanto continuano anche quelli con le tecnologie, è importantissimo che le acquisizioni introdotte a causa del 'Covid-19' (Skype, piattaforme, video-chiamate, Whatsapp) rimangano anche dopo per garantire i colloqui a distanza, penso ai colloqui con l'estero, ma anche in zone d'Italia dove i familiari sono molto lontani; ci auguriamo che anche la scuola sia svolta in modo misto (in presenza e a distanza), perché le tecnologie hanno grandi potenzialità e possono essere utilizzate in parallelo".

E poi viaggiare costa!
"Esatto, prima del 'Covid-19' i parenti viaggiavano con oneri personali o appoggiandosi alle associazioni che offrono accoglienza, ma di fatto si sobbarcano i costi di spostamenti e pernottamenti, per questo la tecnologia diventa essenziale; noi sappiamo che coltivare gli affetti familiari è la prima prevenzione al suicidio in carcere: ha fatto scalpore la notizia dei cellulari nelle celle, ma non bisogna pensare subito alla criminalità organizzata, perché in moltissimi casi le telefonate erano dirette ai familiari (moglie, mamma, figli): questo è un bisogno che non può essere ignorato, è un diritto per tutti, non dimentichiamo che i familiari non sono rei, ma spesso vittime secondarie".

Le celle sono ancora chiuse durante il giorno per ridurre i rischi di contagio?
"Sappiamo che là dove è possibile c'è una riapertura, anche se non in tutti i reparti, non abbiamo notizie precise, però non ci devono essere scuse: la sorveglianza dinamica deve tornare, così come devono tornare a circolare i volontari e gli operatori dall'esterno, l'emergenza sanitaria è un motivo sufficiente per stare attenti, ma non bisogna cadere negli automatismi, per questo occorre vigilare".

Altre questioni aperte?
"Siamo preoccupati per l'interruzione dei tirocini e dei corsi di formazione che speriamo possano riprendere (la crisi pandemica colpisce le fasce più fragili, incluse le famiglie delle persone detenute e coloro che escono a fine pena o alle misure alternative); la mancanza di tirocini, formazione e lavoro inevitabilmente genererà sacche di povertà ancora più vaste, però in questi giorni stanno partendo i nuovi progetti finanziati dal Fondo sociale europeo e siamo contenti, ma l'esigenza di casa e di lavoro fuori dal carcere non può essere un progetto a tempo: basta progetti, occorre attivare servizi stabili, perché uscire dal carcere e avere bisogno di una prospettiva non rappresenta l'emergenza, è la normalità, è difficile immaginare che dopo la detenzione una persona riesca a reinserirsi senza una spinta".

Aggiornato il: 17/05/2021